
Arriva dal 15 maggio al 10 novembre presso lo spazio Art gate, area interamente dedicata alla scena artistica campana al gate C20 dell’aeroporto di Capodichino, la mostra dell’artista napoletano Paolo La Motta “Il mare bagna Napoli. Sequenze“.
Nato presso il quartiere Sanità a Napoli, si avvicina fin da subito al mondo dell’arte con una carriera ricca di riconoscimenti, da ultimo, il Premio per la Legalità di Certoconsumo. Un vero e proprio orgoglio napoletano le cui parole d’ordine sono libertà e radici, concetti che emergono forti dalla sua arte, un’arte che per Paolo è puro linguaggio, un modo di comunicare che non necessariamente deve stringersi in schemi.
«Parlo sempre della passione che ho per il mondo dell’arte come quasi una vocazione, un qualcosa di irrazionale ed estremamente intimo. Mi piace definirla la mia sana incoscienza, una passione sì ma anche una vera e propria formazione. L’arte mi ha fatto crescere ed evolvere soprattutto come uomo, mi fa sentire vivo, è un qualcosa che mi spinge ad allargare sempre i miei orizzonti, a spostare lo sguardo sempre un po’ più in là.
La pittura mi ha fatto da battesimo ma dopo gli studi al liceo artistico, ho continuato con la scultura avendo l’onore di essere allievo di Augusto Perez all’Accademia di Belle Arti. Come anticipavi, non amo le definizioni, non amo definire né me né tantomeno la mia arte. L’arte è un linguaggio ed esiste nel momento in cui hai un qualcosa da raccontare. Non ci sono schemi predefiniti, il mio è un lavoro inconscio le cui parole chiave sono setacciare e mettere insieme».
«Sì, sono nato e cresciuto alla Sanità ed ogni giorno per andare a scuola percorrevo questa strada nota come Salita Vecchia Capodimonte. Spesso marinando la scuola con i miei amici finivamo nel Bosco quando un giorno, vedo questo maestoso palazzone ed entrandoci, scopro il Museo. Rimasi folgorato. Iniziai a frequentarlo poi con costanza ed a crescere con e grazie alle opere in esso esposte. E la vita poi mi ci ha spesso riportato facendomi stringere anche forti legami, come la stima profonda che oggi mi lega al direttore Sylvain Bellenger con il quale abbiamo curato prima l’esposizione Paolo La Motta guarda Capodimonte e poi Paolo La Motta incontra la Sanità, proprio all’interno del Museo.
Ed arriviamo quindi alla Sanità, origine e costante della mia vita. Un quartiere emarginato di cui ho vissuto e vivo in prima persona le difficoltà frutto di una realtà feroce ed uno Stato assente. Eppure paradossalmente oggi sembra andare di moda, un acchiappa turisti, una scatola che brilla ai loro occhi ma che nasconde ancora molte oscurità.
Ma resta il luogo in cui sono nato e che amo profondamente, per questo non mi ci sono mai allontanato. Proprio conoscerne le difficoltà mi ha portato infatti ad iniziare un lavoro presso il Semiconvitto del quartiere con un laboratorio di ceramica per i più piccoli, uno strumento che mi permette di avvicinarmi alle vittime di una difficile infanzia per riuscire, attraverso l’arte, a trovare un modo efficace di comunicare al meglio ed intraprendere con loro un percorso di crescita e riscatto attraverso l’arte».
«Certo, una mostra nata decisamente per caso. Il direttore dell’Aeroporto di Capodichino Roberto Barbieri dopo aver visto la Mostra Capodimonte incontra la Sanità, ne resta colpito, ci incontriamo e da qui l’idea poi dell’esposizione. Il titolo della Mostra è un chiaro riferimento al celebre romanzo di Anna Maria Ortese “Il mare non bagna Napoli” ma senza alcuna intenzione consolatoria o di denuncia. Anzi, il mio intento è guardare la città con occhio distaccato, quasi metafisico. Napoli è sì fonte di ispirazione ma guardando i bagnanti delle opere, Napoli diventa e può diventare un qualsiasi luogo.
Partire da una casualità eliminando ogni aspetto episodico per ottenere un’assolutezza attraverso composizione, geometrie, immagini. Non mi interessa un’arte descrittiva o con significati specifici, ciò che voglio raggiungere è un qualcosa di evocativo, parafrasando Baudelaire: “estrarre l’eterno dall’effimero”. La cosa che più mi ha riempito di gioia è stata infatti l’attenzione delle persone. In un luogo come l’aeroporto, un luogo di passaggio in cui si va sempre di fretta, pensare che in molti si siano fermati ad osservare le mie opere è surreale, ne sono veramente felice».
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