
Le Paralimpiadi del 2024 hanno avuto inizio il 28 agosto e termineranno l’8 settembre. Queste rappresentano un momento cruciale per la visibilità dello sport paralimpico e per la promozione di una cultura inclusiva a livello globale. L’evento punta a ispirare milioni di spettatori e a dimostrare che lo sport può essere un potente strumento di cambiamento sociale. Tuttavia, la narrazione proposta dalle piattaforme social ufficiali delle Paralimpiadi ha causato diverse polemiche.
Lo stile di comunicazione adottato dal Comitato Paralimpico, nonché dagli stessi atleti, è l’umorismo. Sui profili social dei Giochi Paralimpici, in particolare su TikTok, i video che ironizzano sulle disabilità dei concorrenti sono diventati molto virali. Questa scelta ha diviso in due gli utenti, tra chi lo considera un gesto rivoluzionario e chi invece lo considera inappropriato e di cattivo gusto. In passato, la narrazione fatta degli atleti paralimpici li vedeva come “supereroi”, paradigmatico lo slogan “Meet the Superhumans” delle Paralimpiadi del 2012. È chiaro che stabilire la legittimità di questo tipo di comunicazione non spetta ai cosiddetti “abili”. È fondamentale, invece, ascoltare la voce degli atleti, che per la maggior parte rivendicano il diritto di ironizzare sulle proprie disabilità. Gli obiettivi di questo approccio sono molteplici: normalizzare la disabilità, aumentare la visibilità delle Paralimpiadi e umanizzare la figura dell’atleta.
Che si parli di sub- o super- umani, questo tipo di narrazione non risulta molto efficace. In ambo i casi, infatti, l’atleta viene collocato all’interno di un insieme di individui; nel primo caso pare meritevole di pietismo, mentre nel secondo egli pare avere un’immagine infrangibile e sicuramente non umana. In entrambi i casi l’atleta è a-normale. Il termine “a-normale” significa mancante di normalità: il prefisso “a”, di cui l’alfa privativo è antenato, suggerisce una mancanza di una determinata qualità. Tuttavia questa “mancanza” imputata agli atleti non trova riscontro con la realtà. La discussione potrebbe concludersi già con il tentativo di definire la normalità. Questa non è una caratteristica oggettiva e, a dirla tutta, non è che sia poi così definibile. Ciò che si può considerare normale varia a seconda della sensibilità culturale, sociale ed economica di un dato ambiente. Pertanto, non si può trovare una definizione applicabile all’intero macrocosmo dell’umanità.
Ma se anche volessimo accettare la definizione comune di “normalità”, senza farci troppi scrupoli di natura semantica, come possiamo associare l’idea di normalità a quella di umanità? A che punto dell’evoluzione scientifica si è stabilito che il normale è intrinseco all’umano? Ciò implicherebbe che tutti gli esseri umani degni di tale titolo debbano risultare normali. Ma come possiamo stabilire chi, in ogni momento della sua esistenza, sia stato un individuo perfettamente normale? E, sorvolando anche questo punto, perché una persona con disabilità non può essere considerata normale? Se normale equivale a umano, perché una condizione dettata dalle circostanze della vita (dunque, profondamente umane) o una diversa conformazione dalla nascita (e cosa vi è di più umano dello stato di natura?) dovrebbero allontanare un individuo disabile dalla condizione di umanità?
La disabilità è un fenomeno normale. Indubbiamente, le persone con disabilità sono diverse. Tuttavia, la diversità non va appiattita, poiché rappresenta un valore aggiunto ed essenziale per la nostra società. Con l’ironia si può mirare all’esaltazione positiva di questa diversità. Se l’ironia può superare tante barriere in un mondo sempre più murato, allora dovremmo abbracciarla con intelligenza e sensibilità, ricordando che c’è una differenza sottile ma cruciale tra l’autoironia e la derisione.
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