
Sibilline voci si fan strada, audaci, battendosi lungo inaccessibili porte di marmo. Provano a prendere coraggio le mani, nel tepore del silenzio in superficie, modellando e creando quelle poche parole intrappolate nella pietra. È così che nasce l’arte di Jago, al secolo Jacopo Cardillo, dal silenzio carico di segreti nascosti nelle profondità della materia. Le mani sue, instancabili e precise, si muovono come al seguito di un lontano sussurro, capaci di cogliere ciò che gli altri non percepiscono: il respiro sottile della pietra, le sue storie taciute.
Nato a Frosinone nel 1987, Jago è una delle figure più emblematiche ed influenti dell’arte contemporanea italiana. La scelta di piantare le sue radici artistiche nella città di Napoli, in particolare all’interno della suggestiva Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, nel cuore del Rione Sanità, riflette non solo il desiderio di far vivere la sua arte in luoghi intrisi di spiritualità, ma la voglia di fondere le proprie opere con l’ambiente circostante fino a farle respirare la stessa aria della città. È fondamentale immergersi tra le strade, fra la gente, nel cuore della città, poiché l’arte non è altro che un procedimento di restituzione alla collettività.
«Le tante opere che vedi non sono solo mie: l’idea di possesso è un’invenzione dell’uomo. – ha detto Jago ai microfoni di Informare – Quali sono le cose che possediamo davvero? Probabilmente nemmeno il nostro corpo. Il mio cuore io non riesco a stopparlo: quanto è davvero mio?». L’arte non è dunque soltanto creazione ed esposizione ma è condivisione di qualcosa che non può essere contenuto né tantomeno posseduto. Il ruolo dell’artista si rivela essere soltanto un tramite, un paio di mani prestate al processo di creazione. «Io sono un essere umano, io devo fare. Il senso della mia vita sta nel fare. Se poi quello che faccio è considerata arte tanto meglio, ma io non ho una preoccupazione del genere. L’essere umano è al centro di un meccanismo: tutto ciò che vedi intorno a te è stato prodotto da qualcuno. Io, semplicemente, faccio» continua l’artista. Ogni opera è una continua ricerca non dell’uomo ma dell’essere universale, scavando nella condizione umana e andando oltre l’individuo, oltre l’artista.
«Io ci sono nelle mie opere, sono presente. Non cerco necessariamente me stesso, ma volendo rappresentare qualcosa credo sia inevitabile finire con il riproporre sé stessi, perché siamo in fondo l’immagine che conosciamo meglio». Nel documentario “Into the White“, diretto da Luigi Pingitore, Jago apre una intima finestra al pubblico mettendo a nudo la propria sensibilità durante il processo di creazione. L’artista si pone in ascolto, dialoga con il marmo, come se volesse liberare le storie imprigionate nella pietra, storie che aspettano solo di essere raccontate. La pellicola esplora la sua relazione con la materia e la solitudine che accompagna il gesto dello scolpire, mostrando come ogni opera emerga gradualmente dal marmo, elevando lo scultore al ruolo di creatore poiché solo con il lavoro delle sue mani la pietra inizia a svelarsi fino a parlare. Per Jago è il frutto di un dialogo fra il tempo e la materia che si lascia modellare, un processo in cui il ruolo dello scultore sembra si limiti a far emergere ciò che già esiste dentro la pietra. È in questo lento processo che lo spettatore comprende quanto il tempo e la materia siano centrali nel lavoro dell’artista.
«Il tempo è il nostro asset più prezioso – riflette Jago – io percepisco il tempo come una materia che può essere modellata dall’uomo ma che può sfuggire di mano. Bisogna allora utilizzarlo con cautela perché il tempo si può comprare». Jago ci invita a fermarci, a guardare, a percepire ciò che normalmente sfugge. «Probabilmente io stesso sto ancora cercando di capire che cos’è l’arte. Provo a relazionarmi con tutto ciò che mi circonda. Faccio questo con la stessa curiosità di chi sa che può sempre scoprire qualcosa di nuovo: questo mi accade nei luoghi istituzionali che chiamiamo musei e mi capita ogni giorno per strada. E voglio che continui così». L’arte non deve dunque accontentarsi semplicemente d’essere tale ma deve essere uno spunto a dialogare con ciò che ci circonda; con ciò che, come il marmo, attende solo di essere ascoltato.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...