
Paolo Sorrentino torna, dopo È stata la mano di dio, a parlare di Napoli e tramite Napoli, questa volta non nel modo migliore. Parthenope è un film che ha moltissimo da dire, ma che lo dice in modo sbagliato; che arriva al punto per poi mancarlo, forse volontariamente.
Indubbiamente, però, è un film per cui vale la pena parlare, e quindi eccoci qui a farlo.
Parthenope è una donna, interpretata da una Celeste Dalla Porta al suo battesimo cinematografico, nata in acqua e figlia della purezza di cui è fatto il mare, come ella stessa non manca instancabilmente di ricordare ogni volta che ne ha l’opportunità.
La protagonista è bellissima, intelligentissima, senza alcun ostacolo che possa frapporsi nel suo percorso di vita condotto dalla sua immensità. Parthenope è in altre parole la trasposizione cinematografica più fedele che sia mai stata fatta del Dr. Manhattan di Watchmen (non che fare meglio di Zack Snyder sia questa grande impresa).
E infatti come il Dr. Manhattan, Parthenope non può essere felice in un mondo che scopre non essere puro quanto lei, che riesce a corrompersi e sabotarsi così dannatamente bene, che non vive il sesso come puro piacere come fa lei, e che non tratta le cose come riesce a trattarle lei, con leggerezza e frivolezza. Finisce per essere completamente alienata, incapace di entrare a contatto vero con qualsiasi essere umano, rappresentando lei qualcosa che umano non è.
E con questo filone di fondo assistiamo a tutte le avventure della nostra protagonista, vissute quasi sempre in maniera forse fin troppo passiva, dagli anni ‘50 fino ad oggi. Viviamo la sua vacanza a Capri, la sua carriera universitaria, le sue esperienze nella realtà culturale di Napoli.
Parlare dei personaggi della prima parte del film risulta un po’ complicato, in quanto personaggi completamente bidimensionali, che il film non aveva tempo di approfondire dovendo riservare tutto il suo spazio a Parthenope. L’atmosfera è quella del peggior Sorrentino, che mette da parte la sostanza per risaltare unicamente la forma. I personaggi sembrano parlare allo spettatore più che dialogare tra di loro, con una media di 3 frasi ad effetto al minuto, il che rende veramente complicato immergersi all’interno della pellicola. Sublimazione di tale atmosfera è la parte dedicata al personaggio di Luisa Ranieri, che interpreta una simil-Sophia Loren, una potenziale critica anche interessante ad un certo tipo di Napoli, ma che si perde in uno sproloquio da borghesotti pieno di retorica.
Celeste Dalla Porta in quelle 3 parole che dice in napoletano ricorda il Celentano che tentava di parlare in gergo romano nei suoi film, creando lo stesso imbarazzo. Per fortuna arriva Silvio Orlando e la sua ottima interpretazione a tenere in piedi la baracca, oltre ad un Gary Oldman che, seppur non aiutato dalla scrittura, riesce a non sfigurare.
La seconda parte è sicuramente molto più godibile, e il film arriva a toccare anche delle vette interessanti, soprattutto per il modo di mettere in scena le cose da parte di Sorrentino. Tutta la parte col cardinale merita da sola la visione del film e la scena di sesso nella riunione tra le famiglie camorriste è forse la scena più bella della pellicola, e anche quella dove il sottoscritto ha sperato che il personaggio di Parthenope avesse una svolta, purtroppo mai avvenuta, nel vedere il concetto di sesso sviscerato nella sua dimensione più diroccata, completamente diverso da come lo vive lei. Un po’ come in Povere creature, viene mostrata la differenza tra come il sesso dovrebbe essere concepito e come invece viene vissuto dall’uomo, vulnerabile e rigido.
La grande messa in scena del film raggiunge poi la vetta nella meravigliosa figura del figlio di Silvio Orlando, sebbene simboleggi uno dei momenti in cui la poetica di fondo, a parere di chi scrive, fa più storcere il naso, come avremo modo di capire in seguito.
Come si può intuire dalla contraddittorietà delle considerazioni appena fatte, Parthenope è un film che, alla visione del sottoscritto, è stato croce e delizia. E la croce del film è sicuramente la catarsi della nostra protagonista, che finisce per relegare un’opera che poteva essere magnifica nella mediocrità più totale. Parthenope, come già detto, è infinitamente superiore, immensa nella sua perfezione, che soffre nel vedere l’imperfezione dell’essere umano, che finisce per far soffrire a sua volta quando viene a contatto con esso.
L’errore sta nel fatto che per tutto il film la protagonista continua ad additare la colpa della nostra deflagrazione sociale ai difetti che ci rendono diversi da lei, al fatto che non riusciamo a “distinguere l’irrilevante dal decisivo”, ed essere così morbosamente rabbiosi, inconcludenti e attaccati a cose di lieve natura. Volendo continuare l’analogia col protagonista di Watchmen, non c’è mai un momento in cui Parthenope, come il Dr. Manhattan, si rende conto che la sua posizione era pretenziosa, superba, completamente avulsa dalla realtà delle cose, tant’è che, quando ella scappa come il dottore scappa su Marte, il film non va oltre. Non si rende mai conto che l’uomo in fondo non è tutto da buttare, che è in sè un “miracolo quantistico” e che la specialità non deriva solo dal fatto di essere perfetti come lei, ma dal fatto stesso di esistere.
Al contrario, Parthenope accusa, anche con una certa rabbia, gli uomini della loro incapacità di riuscire a percepire e vivere il mondo come lo fa lei, volendo intendere quasi che, se tutti fossero belli come lei, intelligenti come lei, ricchissimi come lei, e con qualsiasi porta del mondo spalancata come lei, il mondo sarebbe un posto migliore. Grazie Parthè, ma a questo ci arrivavamo pure noi, te lo assicuro.
La nostra protagonista non si sporca mai le mani, non scende mai dal trono da cui giudica gli imperfetti, non prova mai ad immedesimarsi nella condizione umana e sociale delle persone che provocano in lei così tanto disgusto. Riesce a provare sollievo solo alla visione di un’altra forma di vita utopica come lo è lei, il figlio di Silvio Orlando. Un’utopia, quella di loro due, che è tale nel senso più sbagliato del termine, perché mostra semplicemente come l’uomo pensa di poter ipocritamente essere, una purezza che non tiene conto del mondo che ci circonda. È molto più apprezzabile la scelta sul finale, seppur apparentemente trita, di mostrare una purezza molto più umana, quella della vittoria del terzo scudetto, che riporta l’uomo ad una condizione di serenità infantile.
Se Parthenope rappresenta Napoli, è quella Napoli che si crogiola sulla consapevolezza della sua immensa bellezza, senza riuscire ad andare oltre. La Napoli che non fa i conti con sé stessa, quella ipocrita, anacronistica, incapace di rendersi conto di star marcendo dall’interno.
Nel complesso, Parthenope è un film che va poco oltre la sufficienza, impossibile da ritenere brutto, anche perché il comparto tecnico è sempre quello di un Sorrentino che usa la macchina da presa come sa fare lui, seppur non ai massimi splendori, coadiuvato da una colonna sonora notevole. La visione è quindi in ogni caso consigliata.
È però un film che soffre degli stessi problemi di cui soffre Sorrentino negli ultimi 10 anni, ovvero la ricerca spasmodica di una internazionalizzazione che si traduce in uno svuotamento di sostanza che si sacrifica alla pura forma. Un trend frenato parzialmente solo da È stata la mano di dio, ma che continua inesorabile.
Paolo Sorrentino è una delle perle più preziose che abbiamo in Italia. Sarebbe bene quindi che la smettesse di fare film per vincere gli Oscar, e ricominciasse a fare film con gli attributi, come sa fare molto bene.
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