
Pascale Coissard è la coordinatrice per le emergenze a Gaza di Medici Senza Frontiere e ci parla dall’ospedale emiratino nel sud della Striscia. La stima sui recenti dati ONU è che ogni giorno a Gaza partoriscono circa 180 donne e tiene conto dei tassi di parto multiplo nei territori palestinesi occupati come indicato da un recente studio. Circa il 15% delle donne che partoriscono rischia di avere complicazioni legate alla gravidanza o al parto. Partorire a Gaza è dunque una tragedia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato che oltre la metà degli ospedali di Gaza, ovvero 22 su 36, sono “non funzionanti”. Secondo i media, i neonati prematuri del più grande ospedale di Gaza, Al Shifa, vengono avvolti in carta stagnola e messi accanto all’acqua calda nel disperato tentativo di tenerli in vita in condizioni catastrofiche.
Il primo caso è quello di una ragazza del nord della striscia. Quando ha capito che stava per iniziare il travaglio ha cominciato il giro degli ospedali. Ma non c’era neanche un posto libero, ha partorito in un bagno improvvisato affianco alle tende di plastica che ospitano i rifugiati e ha perso il figlio. A Gaza in questo momento ci sono circo 50 mila donne incinte, Pascale Coissard dice: «Senza la guerra, quel neonato sarebbe ancora vivo».
Se hai la fortuna di partorire in un ospedale, è un ospedale sovrappopolato dalla guerra. In quello dove opera Pascale Coissard adesso ci sono il triplo se non il quadruplo dei parti che c’erano prima del 7 ottobre. Non c’è spazio per ospitare le mamme dopo il parto, il post partum è un disastro, si rischiano emorragie ma la maggior parte delle ragazze dopo mezz’ora dal parto è fuori dall’ospedale senza assistenza nella sua tenda di plastica.
Pascal ci dice una cosa che già tristemente sappiamo: a Gaza in questo momento è molto difficile ottenere attrezzature mediche adeguate di qualsiasi tipo e lei ne vede gli effetti tutti i giorni. Per il follow up ginecologico, quello prenatale delle donne incinte e di quello post natale c’è molto poco. Mancano anche gli integratori di ferro per le anemiche e la vitamina C. La clinica è composta da un solo ginecologo ed una sola ostetrica, è una goccia nell’oceano nei bisogni delle donne in Palestina. C’è bisogno di più macchinari e più medici. Se si vuole che le donne gazawi abbiano un parto sicuro dobbiamo permettergli di rimanere in ospedale più a lungo.
Ma cosa più importante, manca l’acqua. E dove non c’è acqua non c’è igiene. Dove non c’è igiene i malati muoiono anche senza bisogno dell’intervento delle bombe. Le ragazze con le mestruazioni si lavano in mare a gennaio. Pascal afferma come i prezzi degli assorbenti sul mercato sono così costosi che la maggior parte delle donne rinuncia a comprarli.
I colleghi di Pascale, in un ospedale più a nord, raccontano che gli israeliani hanno da poco impartito l’ordine di sgomberare. Hanno annunciato l’odine di evacuzione in alcuni isolati. È uno dei due ospedali di Gaza che ancora riesce a curare i feriti gravi ma, dicono da lì, con i bombardamenti e combattimenti nelle aree tutte attorno qui non riesce più ad arrivare nessuno, soprattutto i feriti. I pazienti sono 850, il resto infermieri e medici.
Questa settimana l’esercito israeliano ha circondato alcuni quartieri nella seconda città della striscia di Gaza (nel sud), dove secondo Israele ci sono i leader di Hamas. Gli israeliani hanno distribuito volantini chiedendo agli abitanti di andarsene in fretta, usando le strade del lato ovest che costeggia il mar Mediterraneo, perché le altre sono nel raggio d’azione dell’esercito. Ma i soldati sul fianco opposto della striscia non stanno soltanto combattendo, abbattono anche i palazzi civili vuoti per creare una zona cuscinetto tra gli abitanti gazawi e il territorio di Israele. In questo contesto c’è stata la peggior strage di soldati israeliani dal 7 ottobre: sono morti dei soldati nell’esplosione di un carro armato, colpito da un razzo Rpg sparato dai miliziani di Hamas, e nel successivo crollo di un complesso di palazzine che i militari in quel momento stavano minando per poi procedere alla demolizione.
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