
L’arte dell’espressione fotografica attraverso le visioni artistico letterarie di Pasquale Autiero, classe 1983, fotografo, viaggiatore e amante della cultura partenopea, sua genitrice, attraverso l’analisi del suo ultimo lavoro editoriale, il libro “Lasciare libero il passo anche di notte” e il suo progetto fotografico Pucundria.
Ho iniziato a sviluppare la passione per la fotografia durante i miei studi in storia presso l’Università Federico II di Napoli, scegliendo inizialmente di specializzarmi nel campo documentaristico per poi avvicinarmi a uno stile più intimo e autoriale che perseguo ancora oggi. Inizia così un percorso che, dall’ambiente del fotogiornalismo italiano, con uno stage nel 2010 presso l’agenzia Graffiti di Roma, mi porterà nel 2015 ad entrare a far parte del Laboratorio Irregolare di Antonio Biasiucci a Napoli e poi nel 2021 dell’Atelier Smedsby di JH Engström e Margot Wallard a Parigi, dove ho approfondito la mia ricerca sperimentale concernente la sfera personale.
Il libro cerca di offrire una sintesi di quello che è il Meridione contemporaneo, lo fa attingendo anche alla tradizione iconica che ci riguarda ma oltrepassando lo stereotipo che l’attanaglia e ne ferma l’evoluzione. La notte per me rappresenta qualcosa di liberatorio rispetto alle fatiche e alle ansie del giorno, ho trasferito questa sensazione ai momenti in cui mi accingevo a realizzare gli scatti, lasciando che l’istinto mi guidasse in questa ricerca. Volevo essere il più leggero possibile, intrufolarmi ovunque mi venisse in mente, anche per questo ho utilizzato una macchina di plastica con un peso irrisorio durante le mie peregrinazioni alla ricerca dei soggetti. La pesantezza, le inquietudini e le ansie si sono palesate poi nella fase di editing, in cui ho dovuto mettere insieme in maniera coerente una quantità impressionante di immagini, questa fase la metto in relazione con il giorno.



Ancora oggi credo che la destinazione ideale di un progetto fotografico sia il libro, si può dire quindi che sin dall’inizio della produzione di queste immagini, nel 2015, volevo che approdassero a questa forma. Per quanto riguarda la realizzazione materiale, l’opportunità si è palesata lo scorso novembre a Parigi, dopo l’incontro con l’editore Mauro D’Agati di 89books.
Avevo un’idea iniziale di titolo che credo possa fungere bene anche da sottotitolo, in quanto è esplicativa dell’intento. Avevo pensato di chiamare il progetto “Neomelodico”, mi aiuta molto associare le serie fotografiche alla musica e riferendomi allo stile pop che ho utilizzato e al fatto che volessi dare una nuova accezione alla tradizione, pensavo che questo termine potesse essere calzante alla descrizione dell’opera. Poi è arrivato Antonio Biasiucci che, in maniera folgorante e geniale, ha individuato il titolo tra uno dei miei scatti in cui è ritratto un passo carrabile.

È stato fatto tutto in concerto con l’editore che mi ha detto di aver preso ispirazione da un libro di Robert Frank per quanto riguarda l’impaginato. La scelta delle foto è mia e la disposizione l’abbiamo impostata insieme. Le pagine bianche sono delle pause, che, come in musica, servono a dare respiro alle differenti parti dell’opera.
Pucundria è una parola napoletana quasi intraducibile, rappresenta uno stato d’animo nostalgico in cui il soggetto, preso dalla malinconia, finisce per abbandonarsi al passato e ai ricordi. Mi sono immerso in questo dramma introspettivo per fare un bilancio della mia vita intorno ai quarant’anni, analizzando la mia famiglia e le dinamiche che mi hanno portato a essere quello che sono alla ricerca di una definitiva emancipazione che mi permetta di non perdere contatto con le mie radici. Quello che cerco di immortalare è il percorso che mi porterà all’edificazione della mia “casa”, intesa come luogo sicuro dell’anima da cui partire per nuove esplorazioni. Cerco di rendervi partecipi della crisi che precede l’ordine, della tormenta che anticipa il sereno, e con questo non intendo un periodo di stasi e appiattimento, piuttosto la scoperta di un approdo che mi consenta di fronteggiare nuove burrasche. Non mi pongo limiti riguardo allo sviluppo, ho iniziato, su suggerimento di JH Engström, utilizzando soltanto il banco ottico, per poi aprirmi a materiale d’archivio, al video in pellicola e iPhone e ai più disparati formati fotografici, cercando di restituire, anche se in modo diverso, quella iconicità presente anche in “Lasciare libero il passo anche di notte”.





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