
Con la delibera di proposta al consiglio comunale n.497 del 14 novembre 2024, l’amministrazione Manfredi ha espresso la volontà di riformare il regolamento suL patrimonio immobiliare e sui beni disponibili del Comune di Napoli. Parliamo di beni di proprietà del comune, in particolare di quelli soggetti al diritto privato e non relativi all’edilizia pubblica ERP. I beni patrimoniali disponibili di un Comune sono quegli immobili che non sono destinati a scopi istituzionali specifici e che, quindi, possono essere utilizzati per generare entrate o per soddisfare le necessità della collettività. La questione risulta molto spigolosa: da una parte c’è la forte volontà politica dell’amministrazione comunale di mettere a profitto i beni, mentre dall’altra non mancano le proteste dei cittadini per l’approvazione del regolamento. Il tutto con delle segnate spaccature all’interno della maggioranza, con alcuni consiglieri che hanno espresso forte dissenso in merito alla delibera. È necessario comunque dire che il comune ha già un regolamento per i beni patrimoniali disponibili, elaborato dalla giunta guidata da Luigi de Magistris nel 2013, ma la proposta di riforma del vecchio regolamento è un ulteriore passo verso l’adempimento degli obblighi previsti dal patto per Napoli siglato nel 2022 tra il Comune e il Governo centrale.
Il nuovo regolamento, rispetto a quello precedente, esclude le famiglie con un ISEE inferiore a 15mila euro dalla possibilità di partecipare ai bandi per l’assegnazione degli immobili pubblici, favorendo coloro che presentano un reddito superiore, soprattutto i fondi di investimento, che una volta ottenuti i beni dovrebbero procedere a realizzare investimenti. Nulla di nuovo sotto il sole. Il nuovo regolamento sembra segnare un passo indietro in termini di inclusività, penalizzando i più vulnerabili. In questo modo, anziché rispondere alle reali necessità della comunità, si rischia di consolidare e ampliare le disuguaglianze sociali, con il rischio che l’accesso ai beni patrimoniali disponibili diventi una prerogativa di pochi, piuttosto che un diritto di tutti.
La volontà politica dell’amministrazione Manfredi di riformare il regolamento sui beni demaniali traccia una profonda distanza dal regolamento già in essere, targato De Magistris. Per comprendere le differenze tra i due atti, abbiamo affrontato la questione con l’ex Sindaco di Napoli de Magistris. «L’amministrazione Manfredi va in una direzione completamente opposta rispetto alle scelte che abbiamo attuato in dieci anni, con una svendita generale della città e con un profilo di privatizzazione. Quello di cui si discute, ovvero la svendita del patrimonio, è particolarmente grave. La proposta è già in consiglio comunale e c’è stata già l’approvazione in giunta, quindi non si tratta più di un’idea ma di un atto concreto» afferma l’ex primo cittadino. «Il patrimonio disponibile viene messo a profitto sul mercato, con una serie di parametri che favorisce chi ha più soldi, non utilizzandolo quindi per far fronte al diritto alla casa. Pensiamo al fenomeno dell’aumento dei prezzi per le abitazioni: il patrimonio demaniale avrebbe potuto garantire uno strumento di difesa per i più deboli» dice de Magistris.
Sulle differenze tra i due regolamenti, invece, De Magistris evidenza: «Oggi si prevede che chi ha un ISEE fragile non potrà nemmeno entrare nell’orbita di ottenimento di questi beni demaniali. L’operazione di Manfredi è quella di cedere pezzo dopo pezzo la città a chi ha più soldi per raggiungere investimenti da parte dei privati che acquisiscono i beni. All’amministrazione Manfredi non importa dei bisogni e delle necessità del popolo ed in particolare delle fasce sociali più deboli. Manfredi è il garante dei poteri forti e questa approvazione va in linea con il suo pensiero, favorendo le rendite ed i grandi patrimoni».
La delibera di proposta per la revisione del regolamento sui beni demaniali ha sollevato non pochi malumori anche all’interno della maggioranza, al punto da generare un fronte trasversale critico nei confronti del testo così. Diversi consiglieri comunali stanno lavorando a possibili correttivi, tra cui l’avv. Gennaro Esposito, esponente della stessa maggioranza, che non ha nascosto le sue forti perplessità su alcuni aspetti del provvedimento. «In Consiglio comunale – spiega Esposito – la volontà di una sua parte ha determinato il rinvio della discussione della delibera sull’affitto dei beni del patrimonio disponibile del Comune di Napoli. Non parliamo del patrimonio ERP, quindi dell’edilizia pubblica, ma solo di quei beni che potrebbero essere sfruttati esclusivamente dal punto di vista economico». Il nodo centrale, secondo il consigliere, risiede nell’impostazione tutta finanziaria del regolamento, che finirebbe per piegare il valore pubblico degli immobili alle logiche di bilancio. «Tutto ciò che verrà incassato dai beni disponibili verrà utilizzato per sopperire a esigenze di bilancio, perché abbiamo un serio problema strutturale. Siamo vincolati dal Patto per Napoli, che ci impone di mettere a reddito i beni immobiliari disponibili. Ma questa impostazione assolve solo la funzione di drenare risorse economiche». Per Esposito, il patrimonio pubblico non può essere trattato come semplice merce da valorizzare, bensì come strumento per ridurre le disuguaglianze: «A mio avviso il patrimonio pubblico deve servire per garantire un’omogeneizzazione sociale. Il mio obiettivo politico è che vengano rappresentate diverse fasce sociali, così da garantire un’abitazione anche alla famiglia monoreddito e agli indigenti».
Emerge dunque un’impostazione tutta sbilanciata verso la logica del mercato. «La struttura di questo regolamento mira semplicemente ad uno sfruttamento del patrimonio immobiliare disponibile. L’obiettivo è quello di assolvere all’obbligo previsto dal Patto per Napoli, fittando gli immobili al miglior offerente». Una scelta, quella dell’amministrazione, che secondo Esposito rischia di tradire i principi a cui dovrebbe ispirarsi una giunta che si definisce riformista: «Ci batteremo in Consiglio comunale, perché questa è un’amministrazione che si ispira a principi di sinistra. Occorre fare in modo che in maggioranza ci siano delle anime di sinistra che devono impegnarsi per ottenere un’impostazione diversa del nuovo regolamento». Sullo sfondo rimane dunque la crescente pressione dei fondi di investimento, già entrati in partita grazie a operazioni come quella di INVIMIT (società partecipata dello Stato ndr): «Dobbiamo assolutamente espellere da questo ragionamento i fondi di investimento. Già INVIMIT, con una delibera, ha ottenuto alcuni beni del patrimonio, tra i quali alcuni dal grande valore storico».
Il nuovo regolamento per la gestione dei beni patrimoniali disponibili solleva interrogativi sul suo impatto sociale, in particolare per le fasce più vulnerabili della popolazione. L’introduzione di criteri che privilegiano logiche di mercato rischia, secondo alcuni osservatori, di escludere i cittadini con redditi più bassi. Nonostante i dubbi espressi da diversi esponenti politici, i nostri tentativi di ottenere chiarimenti da parte dei politici che sostengono il provvedimento non hanno finora ricevuto riscontro. Un silenzio che rafforza la richiesta di un confronto pubblico su una misura destinata a incidere profondamente sulla vita di molti napoletani.
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