
Kenneth Smith. Si chiamava così il primo uomo della storia americana ad essere giustiziato due giorni fa con il metodo dell’ipossia da azoto. Siamo negli Stati Uniti, precisamente nello stato dell’Alabama, il quale fa parte di quella schiera che prevede la pena di morte per ogni essere umano che si renda protagonista di azioni quali lo spionaggio, il terrorismo, il traffico di droga e lo stupro (solo in alcuni stati federati) e soprattutto l’omicidio. Il caso di Smith era collegato proprio a quest’ultimo reato, condannato a morte nel 1989 per aver ucciso una donna a coltellate, Elizabeth Sennett, l’anno prima. La morte dell’oramai 58enne statunitense ha finito per suscitare non pochi malumori tra i principali attori dell’opinione pubblica internazionale, considerato il processo seguito per giustiziarlo, diverso dalla classica iniezione letale che, secondo quanto rivelato, pare non abbia avuto gli effetti desiderati sull’uomo. Una vera e propria tortura la respirazione di azoto, che è costata a Smith 22 minuti di sofferenza atroce e agonia prima del decesso.
La pena di morte è attualmente in vigore in 53 paesi, circa un quarto del totale del pianeta, e nella maggior parte dei casi si basa su un ordinamento istituzionale non democratico. Fa specie dunque il fatto che, nel terzo millennio, la pena capitale sia ancora adottata come principale strumento di “risoluzione di conti e contenziosi” tra soggetti diversi e disparati, in quelli che si professano essere la più grande democrazia del mondo, gli Stati Uniti. Se leggere notizie inerenti condannati a morte in paesi come Afghanistan, Arabia Saudita, Corea del Nord, Malesia, Somalia o Sudan può scuotere il lettore o la lettrice fino ad una certa soglia del proprio immaginario, in quanto territori nei quali spesso i diritti dell’uomo non vengono riconosciuti, lo stesso fatto avvenuto in terra americana potrebbe destare un livello di perplessità molto più elevato. Condannare a morte una persona per qualunque reato abbia compiuto, equivale a negargli/le uno dei diritti fondamentali riconosciuti dall’ONU: quello alla vita. La pena di morte è un sistema non tollerabile e inaccettabile a prescindere dal paese in cui si applica e dal metodo scelto, ma soprattutto in America, in quella che tutti amano chiamare la “terra dei diritti”.
“Occhio per occhio, dente per dente” è un proverbio alquanto significativo e fa riferimento al fatto che, quando si subisce un torto, si ha il diritto di rispondere con il medesimo sgarbo. Un detto da cui sembra prendere spunto la pena di morte, almeno quando viene decretata per omicidio. Nel caso dell’Alabama, è come dire “Smith ha ammazzato una persona togliendole la vita, ora è giusto fargliela pagare prendendo la sua”. Si tratta di un sistema che in realtà somiglia anche al delitto d’onore, abolito in Italia nel 1981 ma ancora in vigore in diversi paesi del mondo: un reato commesso e concesso dalla legge per vendicare l’onorabilità del proprio nome o della propria famiglia. E pensare che c’era un tempo durante il quale per tutte le società umane l’onore era l’istituzione e il principio massimo da rispettare, fino alla svolta illuministica della ragione e del progresso, il cui esempio più lampante è costituito dall’Amleto di Shakespeare: il protagonista della tragedia inglese dovrebbe seguire la legge morale e vendicare la morte di suo padre uccidendo lo zio Claudio, divenuto intanto re, ma decide di volere delle prove prima di compiere l’atto. Ecco, la ragione usata da Amleto è paragonabile a quella messa in atto dai paesi che hanno deciso di eliminare il diritto d’onore e di non abbracciare la condanna di morte.
Tralasciando il fatto che il lettore o la lettrice potranno essere d’accordo o meno con la condanna a morte di un individuo a causa di uno dei reati sopra citati, il caso di Kenneth Smith è piuttosto diverso dai precedenti. L’uomo è stato il primo a morire con la procedura dell’ipossia di azoto negli Stati Uniti, con una sofferenza simile a quella provata dai deportati nei campi di concentramento di Auschwitz, e non solo, prima e durante la Seconda guerra mondiale. Il 58enne è stato costretto ad immettere nel proprio corpo ingenti quantità di azoto attraverso una maschera che, minuto dopo minuto, ha azzerato l’ossigeno presente. Un metodo che si potrebbe definire una barbarie, dichiarato non incostituzionale dalla Corte Suprema e che non rispecchia affatto i principi americani, ma che, anzi, fa sorgere domande e dubbi sulle fondamenta democratiche degli stati federati americani.
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