
Pena, carcere, sovraffollamento e le conseguenze ad esso legate: condizioni di vita insostenibili, scarse condizioni igieniche, suicidi. Quali sono stati nel corso dei secoli i passi della Chiesa e dove potrebbe arrivare? Il tentativo di rispondere a questi quesiti, lo facciamo, ma è arduo per due ragioni: il primo perché comprendere l’animo delle persone è come risolvere un mistero, il secondo, è che c’è un latente timore, a volte inconscio, che ci impedisce di entrare in rottura con la mentalità diffusa andando a fare scelte che siano controcorrente. Pare strano provare ad analizzare due mondi così opposti al fine di scorgere delle affinità, ma se la diversità può risultare un ostacolo in una relazione, può anche tramutarsi in ricchezza se viene accettata in una visione di complementarità. Intesa che dovrebbe manifestarsi in una giustizia che sappia rispettare, prima di tutto, la dignità della persona condannata attraverso una pena favorevole al senso di umanità.
In articoli precedenti si è mostrato come la pena venga considerata non solo come una lecita punizione ma soprattutto come strumento di vendetta e non come occasione per poter dare al colpevole l’aiuto necessario affinché questo possa ravvedersi. Questa idea della pena fa sì che essa venga svuotata del suo senso di valore assoluto della legge in favore di un male che accade due volte: reato e pena. È una dinamica di distruzione in cui non fanno parte i termini di recupero, di riconciliazione, di re-inserimento, a differenza di quanto viene dichiarato dalla Costituzione.
A differenza di quanto si potrebbe immaginare, il lungo cammino della chiesa all’interrogativo sul significato della pena è stato predominato dalla logica retributiva. Anche le prime comunità cristiane a causa di questioni quali la diversa provenienza religiosa e culturale, la diversa interpretazione del messaggio di Dio, della missione della Chiesa e la disparità del possesso dei beni materiali, ebbero aspri conflitti. Un cambiamento si è iniziato ad avere nel IV secolo con S. Agostino, egli in linea coi principini solidarietà, amore e perdono, delineò la “moderna teologia della risocializzazione” affrontando il tema della pena non come una rivendicazione punitiva, bensì come mezzo di risanamento concessa al peccatore che mira al suo miglioramento. Purtroppo però questa visione cristiana e umana riguardo il significato della pena, trasmessa da s. Agostino e seguita da Boezio, rimase per la storia della Chiesa, una semplice teoria sostituita da visione retribuzionista. Ecco che si arriva al XIII secolo, epoca in cui la Chiesa partecipa attivamente nei processi dell’Inquisizione contro le eresie e streghe in cui la logica retributiva, portò ad applicare, seppur indirettamente, anche la pena capitale. Si verificò una sorta di unione tra il potere politico e religioso che portò a delineare, anche mediante questi metodi, l’immagine di un Dio inquisitore e vendicativo che attraverso il dolore della pena avrebbe garantito la salvezza dell’anima. Allo stesso modo, anche il XVI secolo fu segnato da un simile approccio nei confronti della pena e della sua esecuzione pratica. Il dibattito riguardo a questo tema fu reso vivo da Lutero. Da una parte egli dichiarò il principio dell’amore: per lui, l’applicazione della legge deve essere fatta con ragione e con amore, affinché la giustizia sia attuata con equità e mitezza per venire incontro all’uomo e dargli l’aiuto necessario; d’altra parte, affermò che l’autorità terrena rappresentante della volontà divina, deve usare la spada senza esitazioni, mettendo così in pratica la volontà punitiva di Dio.
La nuova corrente di pensiero fu l’illuminismo che fece della ragione umana il principio regolatore generale della convivenza civile contribuendo così, a dare un nuovo orientamento al diritto. Su questo principio della ragione in relazione alla pena, si assistette alla contrapposizione di due posizioni di fronte alla pena: Cesare Beccaria, il quale, nella sua opera “Dei delitti e delle pene”, denunciò l’assurdità del sistema giuridico vigente basato sulla violenza delle torture, schierandosi contro la pena di morte, sostenendo, invece, che per una giustizia efficace occorrono pene miti ma che siano certe. Dall’altra parte emerge il pensiero di Kant, forte sostenitore della teoria retributiva. Per lui la dignità umana è un valore fondamentale che deve essere sempre rispettato e salvaguardato nel momento dell’applicazione della pena; ogni finalità di prevenzione che potrebbe avere la pena viene valutata in modo negativo, perché porta a considerare la persona come un mezzo allo scopo di trarre del bene per la persona stessa o per la società; la pena giusta non è quella che strumentalizza l’essere umano bensì quella che riproduce il male prodotto, secondo la logica della retribuzione. Quest’ultimo punto risulta ampiamente in contrasto con il suo iniziale proposito di agire in favore della persona: la pena, talvolta, non tiene conto della salvaguardia della dignità umana, come nel caso dell’omicidio la cui punibilità è alquanto lesiva ad essa se non capace addirittura di negarla. Di fronte a simili impostazioni retributive della pena che, per certi versi, vennero estremizzate, la Chiesa lasciò influenzare dalle correnti dominanti, ponendo in secondo piano il suo carattere di speranza e fiducia nell’uomo anche in quest’ambito della giustizia e della pena.
Ma è pur vero che la chiesa non ha mai abbandonato il suo compito di soccorso e di ascolto per le persone macchiate di reati, a prova di ciò è da ricordare il grande gesto compiuto da Papa Giovanni Paolo II. Forse però si richiede maggiore incisività alla chiesa che grazie alla sua grande possibilità di essere ascoltata potrebbe velocizzare quel cambiamento del pensiero sulla risocializzazione dei rei. Il compito importante che dovrebbe affrontare dovrebbe essere quello di rompere gli schemi della pena fine a sé stessa e offrire alla società una nuova modalità per giungere a una nuova cultura fondata sull’amore reciproco, sulla misericordia e sulla fiducia, affinché l’uomo possa essere riconosciuto nella sua dignità umana e inserito in un percorso di recupero sociale. Bisogna restare fedeli al bene dinnanzi al male. La Chiesa deve entrare prepotentemente in questo dibattito attraverso il dialogo che sappia essere riconciliativo per tutti. Accanto al tema della riconciliazione, per la Chiesa è fondamentale recuperare anche il significato della dignità umana, anche questo precetto garantito dalla Costituzione nonché dal diritto Europeo, che molte volte pare non essere al centro dei rapporti caratterizzati dallo stile retributivo. La Chiesa deve esplicitare il suo messaggio di amore e salvezza, ed in seguito, promuovere una giustizia alternativa in una società che pare sempre più propensa a diffondere ostilità.
di Salvatore Sardella
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