
Penso che a tutti sia capitato almeno una volta di passeggiare per strada e notare due persone dal look simile, se non identico. Questa buffa coincidenza, però si sta trasformando in una vera e propria ricorrenza e non si tratta di un caso. L’uniformità nella moda, anche nella sua forma più casual, è il risultato di un processo di appiattimento e massificazione già in atto da tempo, reso ancora più rapido ed evidente grazie ai social media.
Iris Apfel, leggendaria icona dello stile dal look eccentrico e grade promotrice dell’individualismo, disse in una famosa intervista del 2016: “I think most people don’t really know who they really are. They feel secure if they look like other people, or if it’s the look everybody says is in” che tradotto è: “Penso che la maggior parte delle persone non sappia veramente chi è. Si sente sicura se assomiglia agli altri, o se è il look che tutti dicono essere di moda”.
Le sue parole a distanza di anni sono cariche di significato, vestirsi oggi è una scelta guidata dal bisogno di sentirsi inclusi in un gruppo. Vestirsi come gli altri è rassicurante perché riduce il rischio di essere giudicati e di sentirsi fuori posto e mai come oggi è facile essere “in”.
Siamo sopraffatti da contenuti che ci suggeriscono come vestirci, cosa acquistare e quale sia il nuovo oggetto del desiderio del momento. Influencers, creator e celebrità diventano modelli da imitare in tutto e per tutto, non perché abbiano un’eccezionale senso della moda ( anche perché spesso non ne hanno), ma perché sono legittimati dall’algoritmo.
L’algoritmo, però, è un meccanismo impersonale che di certo non premia il talento artistico o favorisce la sperimentazione, ma la ripetizione. La borsa che funzionava perché era giusta per una persona e per il suo stile diventa virale e si trasforma nella borsa di tutti, perdendo ogni valore e bellezza. A quel punto non esistono più opzioni: qualcosa diventa un trend e tutti finiscono per averla, a discapito del gusto personale. Così accade per ogni capo o addirittura interi modi di vestire: Mob wife, boho chic, clean girl.
Non coesistono più stili diversi adatti a persone diverse, né si viene incoraggiati a sviluppare un’individualità. Il sistema funziona per cicli: un’estetica esplode, viene adottata in massa e, una volta esaurita, viene completamente scartata; a questo punto si butta tutto, si rifà il guardaroba e si passa alla nuova eccitante novità.
La corsa per essere sempre al passo con tutti i trend è una corsa costosa, ma non c’è alcun problema! Non ci si può permettere il nuovo capo costoso che indossa la nostra influencer preferita? Esisterà sicuramente una versione pronta per essere acquistata a pochi euro. Si tratta dei cosiddetti capi usa e getta fast fashion: capi realizzati con materiali scadenti che si rovinano dopo pochi utilizzi. Il ciclo diventa vizioso: si compra, si indossa un paio di volte e si butta.
La dupe culture, non rende accessibile lo stile, ma rafforza l’idea che l’obbiettivo sia aver quel pezzo che tutti hanno, assomigliare a quel influencer.
Inseguire questi cicli estetici, però, offre solo una soluzione superficiale e temporanea al problema di volersi sentire integrati e parte di un gruppo. È un modo rapido per apparire al passo, ma non risolve le insicurezze che stanno alla base di questo meccanismo. Le copre soltanto, sostituendole ogni volta con una nuova estetica da indossare.
Approfondire il proprio stile richiede tempo, il coraggio di sbagliare e sopratutto il desiderio di conoscere se stessi e significa uscire dalle righe ed accettare la possibilità di non piacere a tutti. Alla fine lo stile acquista valore e significato solo quando è funzionale ad esprimere la persona che lo sfoggia, serve ad esprimere se stessi e non a nascondersi dietro ad un’estetica senza alcun significato.
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