
Le cosiddette terapie di conversione sono pratiche che pretendono di modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona. Il loro obiettivo dichiarato è quello di ricondurla a una presunta “normalità”. In Italia non esiste ancora una legge nazionale che ne vieti l’uso. Questa mancanza legislativa apre un dibattito rilevante su salute pubblica, dignità umana e diritti fondamentali delle persone LGBTQIA+.
Le terapie di conversione sono pratiche che dichiarano di voler modificare l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona per ricondurla all’eterosessualità o all’identità cisgender. Non hanno alcun fondamento scientifico e si basano sull’idea, oggi respinta dalla comunità medica, che la diversità sessuale o di genere sia una malattia da correggere.
Queste pratiche, nella loro forma più brutale, includono condizionamento avversivo con scosse elettriche ai genitali o alle mani, induzione di nausea tramite sostanze chimiche, punizioni fisiche e umiliazioni pubbliche. Alcuni programmi religiosi hanno imposto isolamento forzato, digiuni prolungati o “esorcismi” per estirpare presunte inclinazioni sessuali. In altri casi, le persone erano obbligate a confessare fantasie intime davanti a gruppi o a svolgere compiti degradanti per “rieducarsi” a ruoli eterosessuali.
L’opinione pubblica, inoltre, influenzata da retaggi culturali e familiari, continua a percepire omosessualità e transessualità come deviazioni. Non come espressioni della diversità umana. Questo clima ha reso più difficile il riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA+ e contribuisce a spiegare la lentezza del Parlamento sul tema. A confermare la pericolosità di queste “terapie” intervengono anche ricerche accademiche: uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics ha stimato l’impatto devastante di tali pratiche sui giovani LGBTQ, evidenziando un incremento del rischio di sviluppare ideazioni e tentativi di suicidio. Il Relatore speciale dell’ONU sull’orientamento sessuale ha, inoltre, definito le terapie di conversione come possibili trattamenti crudeli, inumani e degradanti, talvolta assimilabili a forme di tortura. Questo quadro concorde e consolidato elimina ogni dubbio circa la loro efficacia e pone in primo piano la necessità di proteggere le persone dall’esposizione a pratiche che minano profondamente la loro salute mentale.
Al vuoto legislativo si aggiunge un aspetto culturale che merita attenzione. L’Italia è un Paese in cui la tradizione ha ancora un peso significativo sul dibattito pubblico e sulle percezioni sociali legate a orientamento sessuale e identità di genere.
Anche se le gerarchie ecclesiastiche hanno in parte ammorbidito il linguaggio ufficiale, restano diffuse posizioni che vedono la diversità sessuale come qualcosa da “correggere”. Questo ha favorito la nascita di iniziative presentate come percorsi di sostegno spirituale, che in realtà sono vere e proprie terapie di conversione.
L’opinione pubblica, influenzata da retaggi culturali e familiari, continua a percepire omosessualità e transessualità come deviazioni. Non come espressioni della diversità umana. Questo clima ha reso più difficile il riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA+ e contribuisce a spiegare la lentezza del Parlamento sul tema. Nel nostro Paese, le terapie di conversione non sono regolate da alcuna legge che ne vieti esplicitamente la pratica. Negli anni, alcune proposte sono state presentate, in particolare nella XVII legislatura. Tuttavia, nessuna ha completato l’iter parlamentare.
Di conseguenza, l’Italia resta priva di un divieto normativo. L’unico argine concreto arriva dalla deontologia professionale. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, insieme a vari Ordini regionali, ha preso posizione in maniera netta contro queste pratiche, definendole prive di fondamento scientifico e in contrasto con la dignità delle persone, vietandole ai propri iscritti. Tuttavia, tale divieto resta confinato all’ambito professionale e non impedisce che tali attività vengano promosse in contesti religiosi, spirituali o associativi, dove non esiste vigilanza istituzionale diretta.
In Italia, la mancanza di una norma specifica rende ancora più urgente un intervento legislativo. Se da un lato gli psicologi iscritti all’albo sono vincolati dalle regole deontologiche che vietano qualsiasi pratica di conversione, dall’altro esiste il rischio che tali attività trovino spazio in ambienti non professionali. Dove il controllo istituzionale è assente e le persone coinvolte non hanno strumenti concreti per difendersi. In diversi Paesi Europei, così come in Canada e in alcuni stati degli Stati Uniti, sono state introdotte leggi che vietano esplicitamente queste pratiche. Riconoscendo che esse violano i diritti fondamentali della persona e costituiscono violenza psicologica.
La Commissione europea ha esortato i Paesi membri a proibire le terapie di conversione, sottolineando la necessità di garantire protezione giuridica a chi rischia di subirle. In questo contesto, l’Italia appare in ritardo rispetto agli standard internazionali, affidando la protezione delle vittime unicamente alle norme deontologiche, lasciando così scoperti ampi settori della società civile. Colmare questo vuoto normativo non significa solo allineare l’Italia ai principi fondamentali di tutela della salute e della dignità umana. Significa anche lanciare un messaggio culturale chiaro e inequivocabile: l’orientamento sessuale e l’identità di genere non sono patologie. Sono espressioni legittime della diversità umana e devono essere rispettate, riconosciute e protette giuridicamente.
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