
“Perché non si legge più?” è la domanda che guida l’articolo di Francesco Marino su Outpump, dove si immagina cosa accadrebbe se smettessimo davvero di leggere — non solo libri o saggi, ma soprattutto lettura profonda, immersiva, quella capace di costruire pensiero critico e riflessione. Con dati recenti — come il calo delle ore settimanali dedicate alla lettura da parte degli italiani o la diminuzione dei giovani che leggono per piacere quotidianamente — si delinea un cambiamento non soltanto quantitativo ma qualitativo. Aldilà del tempo dedicato alla lettura, le modalità con cui ci dedichiamo ad essa stanno venendo profondamente modificate dalla tecnologia. Ciò che sta venendo meno non è la lettura tout court, ma la capacità di “stare dentro” un testo, di rallentare, riflettere, collegare. In questo contesto, il digitale, le notifiche, lo scroll costante si configurano come agenti mutanti delle abitudini che abbiamo instaurato da Gutenberg ad oggi.
Una delle ragioni principali del perché non si legge risiede nella frammentazione dell’esperienza: notifiche, social media, stimoli continui interrompono la lettura, spezzano la concentrazione ed il tempo. Il tempo dedicato ai libri calcola una media che diminuisce, così come la pratica della lettura profonda — contrapposta allo skimming e allo scroll — diventa sempre più rara. L’ecosistema digitale modifica non solo i supporti, ma l’atteggiamento cognitivo: ciò che conta è l’immediatezza, la brevità, la gratificazione rapida. Anche la scuola è toccata: testi integrali sempre più rari, abitudine all’antologia, apparati esplicativi che riducono l’impegno interpretativo dello studente.
Se il “perché non si legge” trova risposta nelle cause indagate, le conseguenze sono altrettanto profonde. La perdita della lettura profonda comporta un impoverimento cognitivo: minor capacità di pensiero critico, di sostenere ragionamenti complessi, di costruire connessioni tra idee. C’è poi un impatto culturale: la cosiddetta parentesi Gutenberg — l’era in cui la stampa e la lettura sequenziale erano centrali — sembra chiudersi, sostituita da una nuova era in cui la lettura serve spesso da mezzo, non da fine. Socialmente, il modello democratico viene effettivamente minacciato: cittadini con abilità cognitive ridotte nell’affrontare concetti astratti rischiano di accettare narrative semplificate, polarizzate, emotive. Per evitare un simile declino, l’articolo invoca un ritorno al valore della lettura “inutile”, della fiction come esercizio dell’immaginazione, e un’educazione che insegni non solo a leggere, ma a leggere profondamente — almeno quanto serve per contrastare le spinte verso superficialità e consumo rapido.
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