
Lunedì 26 settembre 2022, la destra è la forza politica più potente in Italia.
La vittoria dello schieramento di destra, che ha visto nel partito di Giorgia Meloni, Fdl, il più influente partito politico in realtà non ha stupito. C’era da aspettarselo. Erano settimane che il dibattito pubblico sostanzialmente si divideva in due opposte e nette linee di pensiero. Da un lato i reazionari, che invocavano un ordine delle cose, perché «sì, Salvini e Meloni saranno pure estremi, ma in certi casi il pugno forte serve. Mica possiamo andare avanti sempre così?».
Dall’altro lato, una componente ampia ma comunque minoritaria, composta da tutta la fascia giovanile e gli esponenti della sinistra, i quali hanno guardato la scalata dello schieramento di destra come ad un ritorno del buio fascista.
«Tutto ma non la Meloni. Patria, Famiglia e Religione sono ideali che hanno già mostrato abbondantemente la loro pericolosità. E, oggi come oggi, diventano improponibili perché la società è cambiata, la patria è una mera astrazione imperialistica e il concetto di famiglia certo non è detto che sia adiacente all’opposizione biologica uomo/donna».
Sono queste espressioni e valutazioni ascoltate e ripetute durante tutto il periodo di campagna elettorale e oltre.
Proprio da questo sussulto di sinistra in difesa di una serie di diritti, che si teme essere fortemente in pericolo, sono state organizzate manifestazioni contro l’ideologia più estrema della destra politica.
Ma attenzione. L’affermazione di una serie di diritti progressisti, ovvero rispondenti alle rivendicazioni di alcuni determinati gruppi di popolazione, ha incontrato in Italia sempre grosse difficoltà. Queste difficoltà di accettazione sono state evidenti sia a livello istituzionale – si pensi alla sconfitta del DDL Zan – sia ad un livello culturale da parte della popolazione – ancora oggi si parla della liceità di coppie sessuali nel costituirsi propriamente come famiglia.
Abbiamo deciso, pertanto, di approfondire l’argomento sui diritti che oggi chiedono rivendicazioni più forti cercando un dialogo con la Prof.ssa Annamaria Rufino, esperta di Sociologia del Diritto. Inauguriamo così una nuova rubrica grazie al contributo e al sostegno della Prof.ssa Rufino, dal titolo “Piazza Social. I diritti hanno voce”.
Il nostro è un Paese complesso, molto più di tanti Paesi europei. La ragione di questa complessità deriva senza dubbio dalla frammentazione territoriale. Dopo un secolo e mezzo dall’Unità, l’Italia non è riuscita a superare le divisioni, che, oltre ad essere territoriali, sono anche culturali. Questa frammentazione e “separazione” espone, più facilmente che per altri Paesi, l’Italia a trasformarsi in un territorio di discriminazioni, di negazione dei diritti e di disconoscimento identitario. Le criticità politiche, istituzionali e regolative, a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni, aggravatesi con le emergenze più recenti, hanno amplificato l’impatto sociale di quelle discriminazioni e negazioni di diritti. Da qui, purtroppo, anche violenze, come quelli di genere, e una comunicazione che, in tanti ambiti, contribuisce a creare fumosità e accentuazioni etichettanti.
Le vicende politiche di questi ultimi mesi hanno riattualizzato l’attenzione per temi di cui non si parlava da tanto, come l’aborto o le comunità LGBTq+. È stata una riattivazione superficiale, come superficiale è stato il riferimento ai migranti. Potremmo dire che il rinvio a queste problematiche era di tipo difensivo, rispetto all’ipotesi di negazione politica dei diritti connessi ai soggetti interessati. Ha sorpreso tutti che altri Stati europei si siano associati a tale allarme. Nessuno, però, ha ritenuto di dover riflettere sullo “stato dell’arte”! Nessuno si è chiesto quanto, tali diritti, erano fino ad allora garantiti. Per avere un dato in tal senso bisogna citare ancora una volta The Economist, che più di un decennio fa aveva lanciato l’allarme, circa la tutela dei diritti nel nostro Paese. In questo momento storico riaffiorano quelle falle culturali, sociali e normative che fanno percepire il nostro Paese come un Paese arretrato.
Delle fragilità del sistema economico, della precarietà del sistema formativo, in tutti i gradi. La negazione dei diritti civili dimostra quanto l’Italia sia un Paese a rischio. Pensiamo al calo demografico, alla fuga dei cervelli, alle difficoltà economiche e produttive! In questo difficile momento storico è forte l’esigenza di una risposta istituzionale in grado di regolare e assestare il sistema sociale.
Una soluzione potrebbe essere dare la parola ai cittadini, a tutti, ma quali istituzioni sono pronte a farne tesoro? E quali cittadini saprebbero dimostrare consapevolezza della negazione dei diritti? L’assuefazione è principale vulnus del nostro sistema sociale. Il rischio maggiore, perciò, è che questa negazione di diritti, queste discriminazioni e queste violenze passino in secondo piano, che è un modo per confermare l’arretramento sociale e civile del nostro Paese. I cittadini sono assuefatti e rinunciatari e si ritraggono in spazi sociali sempre più ristretti, generando conflittualità ed estraneità rispetto all’altro, diverso e lontano.
La diversità nel nostro Paese è un problema! Negli ultimi anni, indubbiamente, qualche passo avanti è stato fatto, ma, certo, non abbastanza. Il diverso, per genere, razza, status e appartenenza territoriale, è costretto ancora a farsi carico di etichettamenti e discriminazioni, adottando strategie di autodifesa per poter salvaguardare la propria identità. Questo in superficie, ma, sottotraccia permane la percezione di rischi diffusi, che, spesso, si traducono in violenza fisica, psicologica e verbale. Non si può negare che il sistema politico e normativo risenta di fallimenti operativi enormi nel porre in campo strategie di intervento efficace a tutela della diversità. Il più macroscopico riguarda la violenza di genere, che, quasi quotidianamente, occupa le cronache. Ma, nella scala delle disparità e delle violenze, troppo spesso altre tipologie “negazioniste” non lasciano nemmeno evidenziare nelle cronache tante altre disparità e violenze, come quelle esercitate contro gli omosessuali o gli stranieri, e il tutto colloca il nostro Paese ad un livello sconcertante, moralmente, civilmente e culturalmente.
Non basta formalizzare l’attestazione dei diritti, perché il sistema sociale e normativo sia efficace è necessario “rimuovere gli ostacoli” che pregiudicano la reale applicazione della norma. In Italia, il principale ostacolo da rimuovere è culturale! Sembra un paradosso, per un Paese culla di cultura! Eppure, è così! Nel linguaggio collettivo, nei comportamenti e nelle relazioni interpersonali, oltre, naturalmente, che a livello decisionale ed apicale, le discriminazioni, nei confronti della diversità, sono trasversali e ancora si concretizzano nella negazione reale dei diritti più elementari. Che fare? Se non ci si attiva nelle istituzioni primarie, se non si incide sui comportamenti e sulla forma mentis la soluzione sarà ancora differita. I cittadini potrebbero rimbalzare la responsabilità sulle istituzioni, giustamente, che in quanto ad esempio meriterebbero una bocciatura. Ma la deresponsabilizzazione non assolve chi, nel quotidiano, imita tali comportamenti.
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