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Piazza Social, i diritti hanno voce. Ep 5 Il libro e la produzione libraria oggi

Nicola Iannotta
Nicola IannottaRedazione Informare
30 novembre 20226 min di lettura

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Piazza Social, i diritti hanno voce. Ep 5 Il libro e la produzione libraria oggi

I libri sono ancora strumenti di conoscenza? Bisognerebbe interrogarsi sul perché porre una domanda simile: è necessaria? Forse sì, nel momento in cui la logica culturale del tardo-capitalismo (come la chiamerebbe Frederic Jameson) penetra trasformando anche il mondo della cultura; e la tradizionale pubblicazione di un libro diventa più precisamente produzione. Insomma, l’editoria si trasforma in industria editoriale. Osserviamo dei dati per comprendere meglio il concetto.

Nel 2020 l’Istat ha pubblicato i dati sulla pubblicazione delle opere letteraria da parte di case editrici italiane. Nella nostra penisola sono stati pubblicati durante l’arco di un anno 82719 titoli. Cifra abnorme. E l’istituto di statistica specifica anche che il dato è in calo rispetto ai numeri del 2019 del 2,6%.

Considerando queste cifre ci si sofferma a considerare due aspetti. Il primo è che non è possibile per un singolo individuo poter leggere tutto, il secondo è che una cernita di libri per forza di cose deve essere fatta, e pertanto sorge il problema: quale libro merita di essere letto più di un altro e la scelta è compiuta secondo quale criterio?

Di libri, editoria e autori abbiamo discusso con la Prof.ssa Annamaria Rufino nella 5 puntata della rubrica Piazza Social.

«Il libro, un libro. Tanti abbiamo osservato, sorpresi, che non ci sono programmi d’informazione, programmi d’opinione, programmi d’intrattenimento dove non si presenti un libro. A dire il vero, in questi programmi, prima si elogia l’autore e poi si annuncia la pubblicazione, suggerita con poche parole criptiche e accattivanti in premessa. Anche nel nostro quotidiano sentiamo spesso dire: «sai? Ho scritto un libro!».

La stranezza dov’è?

Intanto, va detto che è una novità, sì, perché non molto tempo fa la scrittura di un libro era riconducibile, quasi esclusivamente, a specialisti, accademici e letterati accreditati. E questo non molto tempo fa. A cosa attribuiamo questo coinvolgimento diffuso, diremmo quasi di massa, nella scrittura? La massa, in questo caso, può essere identificabile con i tanti, davanti al video, che aspettano l’annuncio della pubblicazione per legittimare l’autore, riconoscerlo nella sua autorevolezza, in quanto scrittore di un libro, funzione attributiva di legittimità, di protagonismo televisivo. Una massa che ascolta, in definitiva, i programmi quasi dando per scontato che l’intervistato presenterà un libro.

Tutti gli intervistati, evidentemente, vogliono sentirsi autori. Ciò farebbe pensare che gli autori accreditati tradizionalmente o non ci sono più, o non lo fanno più, o non si fanno conoscere abbastanza, ovvero non fanno quanto necessario per assolvere al compito, che le istituzioni di appartenenza gli hanno attribuito: ovvero il compito di far capire, qualcosa almeno.

I nuovi scrittori scrivono per far capire qualche cosa agli altri, dunque, sostituendosi agli accreditati? Sebbene, così detto sembri riduttivo e, addirittura, offensivo per chi legge. La ragione per cui si scrive, forse, sta nel volere spiegare se stessi a se stessi, prima ancora che agli altri.

Parlare a se stessi, questa potrebbe essere la ragione.

Chi legge, allora, oggi? Certo nella fase di reclusione pandemica in tanti hanno scoperto la lettura e la scrittura. Assolutamente comprensibile. Un cambiamento dello stile di vita, appunto. Ognuno è stato tanto, come non mai, con se stesso.  Ma, nel dopo, abbiamo assistito al dilagare delle pubblicazioni, forse come scia delle abitudini pandemiche: anche questo potrebbe essere il motivo. O, forse, in tanti, che scrivono, lo pensano come strumento compensativo di visibilità, come modo vincente per accreditarsi nella storia. Perché prima non accadeva?

Non ci sono più i diari, semplicemente! Allora si pubblica un libro, ciò che prima si scriveva in un diario, come riflessione sulla propria esistenza e come interpretazione di ciò che si viveva, si vive o si vorrebbe vivere, affidandolo alla storia. Ora, le riflessioni affidate alle pagine del diario mutato in libro si spingono oltre il personale, il riservato, l’intimo, sulla scia e sulle tracce delle confessioni dei social.

I libri, un tempo, appartenevano al mondo della formazione, in primis. Un sapere che si riteneva necessario per crescere. Che si conservava, si rileggeva o, semplicemente si ricordava.

È anche vero che, mai come in questo periodo, non si parla di scuola, di università, di formazione e di libri a tali compiti indirizzati! Potremmo dire, in questo senso, che la formazione è stata estromessa dal mondo della conoscenza e dell’agire, oltre che della comunicazione.

Strano il tutto! Gli studenti certo, nella maggior parte dei casi leggono sul web, non conoscono o non memorizzano nemmeno i titoli dei libri e non saprebbero orientarsi nella lettura, almeno come scelta. Nelle loro stanze non si vedono i dorsi. Le fotocopie e i file, dopo l’uso, vengono cestinati. La storia va nel cestino. Qui ci sarebbe una risposta: i tanti, accreditati, probabilmente non riescono a selezionare, funzionalmente all’obiettivo della comprensione, gli argomenti e le modalità espressive necessarie a trasmettere e attivare conoscenza. Il sapere, dovrebbe avere questa funzione.

Ma allora per chi scrivono gli intervistati? Scrivere ha o dovrebbe avere la funzione, va ribadito,  di far capire. Troppo spesso, però, la visualizzazione della copertina si trasforma in un post estemporaneo, destinato a sparire con la fine dell’intervista.

Ben venga, allora, che in tanti altri scrivano e, soprattutto, che in tanti possano capire.

Ma una domanda rimane in sospeso: chi legge cosa? Tanti cittadini, al massimo, si limitano a leggere la cronaca. O, forse, ancora, nel tentativo di cercare di dar voce ai propri diritti, in tanti vogliono attestare il diritto non solo di dire, ma soprattutto di capire.  Ad un giovane che per strada, a Torino, chiedeva ai passanti: qual è l’ultimo libro che ha letto? Ho chiesto quale fosse la risposta. Ebbene, la risposta normale era: io non leggo! Da qualche parte deve esserci nascosto il motivo o i motivi. Il più disarmante potrebbe essere che si reputa il sapere “inutile”. Certo, ne possiamo trovare tante altre di risposte: come la necessaria attenzione e tempi di vita dedicati ad esigenze impellenti, problemi economici e sfiducia. Sfiducia, soprattutto, a fronte di tante parole al vento, che non dicono nulla!».

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  • #annamaria rufino
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Nicola Iannotta
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