
Il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino. Quest’anno è ricorso il 33esimo anniversario da quella storica data. Per chiunque, il mondo allora sembrava essere più stretto, più delimitato. Esistevano dei confini netti, imposti; al di là dei quali la percezione della realtà tramutava completamente, fino a divenire anormale. Pochi centimetri insormontabili e il mondo assumeva altra forma, era plasmato da altra ideologia e vissuto con altro costume e altro spirito. I capi di Stato allora avevano dato una concretezza all’Io e al Tu facendoli coincidere con intere comunità, e vicendevolmente essi facevano un uso improprio di tali pronomi per imporre una propria idea di mondo, una propria supremazia, contrapponendosi con decisione all’Altro.
Il mondo era diviso, scisso in due parti: Capitalismo da un lato e Comunismo dall’altro. Ma cosa si verificò dopo la caduta? Il mondo ritornò ad essere un tutt’uno?
Partendo da questa data storica e valutando la sua portata simbolica, come esempio più forte di contrapposizioni fra due entità ben distinte, la Prof.ssa Annamaria Rufino esperta di Sociologia del diritto ha colto l’occasione per riflettere sulla persistenza nel nostro tempo di diversità, disuguaglianze e contrapposizioni. Quali sono? Esistono o no e se ancora persistono hanno mutato essenza?
Il nostro tempo si sta caratterizzando per contrapposizioni, bipolari. Parliamo, in primis, di contrapposizioni politiche, quelle più attuali, ma lo scenario, in questo senso, è ampio. Chiediamoci: «È davvero così? E in che modo si sarebbe originato?».
Il 9 novembre è stato l’anniversario della caduta del muro di Berlino. Se chiedo ai mei studenti cosa abbia rappresentato, la risposta non c’è, al massimo si sintetizza con la fine dell’impero sovietico. Ma così non è! O non è solo così. La caduta del muro di Berlino rappresentò la fine del mondo bipolare e l’inizio di una nuova era, che tutti nominiamo, semplicemente, globalizzazione. La globalizzazione prometteva, finalmente, un “percorso” o, forse, sarebbe meglio dire un’interazione orizzontale, senza contrapposizione, dove diritti e libertà sarebbero stati garantiti a tutti.
Sappiamo bene che così non è stato, e il nostro oggi lo conferma, con la disseminazione di diseguaglianze, negazioni di diritti, violenze e, non da ultimo, guerre (principale attestazione proprio di quelle negazioni). Perché tutto questo?
Si potrebbe rispondere perché il mondo ha dimenticato la sua storia. Sembra una risposta sommaria, ma non lo è, proprio perché abbiamo dimenticato, e la smemoratezza, spesso indotta, ha prodotto diversità, differenze e diseguaglianze. Anche rispetto a questi tre termini occorrerebbe chiedere a tutti, cittadini e istituzioni, quale sia il loro significato.
Senza andare troppo indietro nella storia, selezioniamo alcuni passaggi significativi. Il primo è la Rivoluzione francese, quando il mondo ha smesso di sentirsi escluso dai processi decisionali.
Sia consentito usare questa espressione, processi decisionali, che appartiene al nostro tempo, perché, nei fatti, è stato sempre così! All’epoca o fino ad allora, non erano i soggetti storici che decidevano il destino del mondo, la decisione, presumibilmente presa dall’alto, “passava” attraverso lo scettro del sovrano e “ricadeva” su una massa informe, il popolo, che, non solo non decideva, ma non aveva diritti. Il problema della diversità, delle differenze e delle diseguaglianze nemmeno si poneva. Alla fine, dopo la lunga epopea rivoluzionaria e politica, si giunse alla dialettica contrapposizione delle parti, governi e cittadini, ma anche alla bipolare contrapposizione di fazioni, in ogni campo. È stata proprio quest’ultima contrapposizione che la caduta del muro ha portato con sé.
Oggi, diversità, diseguaglianze e differenze dominano la scena politica e sociale. Il caso dei migranti è la punta dell’iceberg di questa trilogia. Tutti siamo diversi l’uno dall’altro, questa diversità può essere considerata un diritto, in tanti ambiti. Un diritto che, però, è negato, quando la stessa diversità, che è una categoria qualitativa, valutata in senso positivo, si trasforma, nei comportamenti, nei fatti e nelle decisioni in etichette discriminanti.
Tutti possiamo riconoscere di avere più o meno qualcosa rispetto ad altri e perciò essere differenti. Ma questa differenza, che è una categoria quantitativa, può trasformarsi in esclusione, se il quantum in più o in meno determina la negazione del rispetto reciproco e se tale rispetto non è regolato dalle istituzioni.
Tutti siamo distribuiti nel sistema sociale secondo uno status, e questo status si concretizza in categorie di vario genere, economiche, professionali, sociali, per esempio. Ma questo status, che possiamo definire come categoria funzionale, si materializza in penalizzazioni se non ottiene il giusto riconoscimento, le giuste garanzie e le giuste tutele.
In sintesi: diversità, differenza e diseguaglianza rappresentano o possono rappresentare, nel loro fraintendimento, la via maestra per la negazione dei diritti. Purtroppo, il mondo sembra dominato da questa triplice negazione. Ma, il nostro tempo richiama l’attenzione proprio su queste negazioni per il susseguirsi di tante emergenze, che contribuiscono a creare confusione.
Le emergenze hanno riattivato le contrapposizioni bipolari, che sembravano “risolte” con l’affermazione del welfare state, non una contrapposizione, come si era materializzata prima della caduta del muro di Berlino, ma tante, infinite. Da qui, un conflitto disseminato, ovunque, e, con il conflitto, il risorgere penalizzante di diversità, differenze e diseguaglianze, ovvero di negazioni qualitative, quantitative e funzionali, dei diritti e delle libertà delle persone.
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