
Una nuova luce si accende nel cuore di Napoli: la Basilica di Santa Maria alla Pietrasanta ospita una mostra straordinaria dedicata a Pablo Picasso, il genio spagnolo che ha rivoluzionato l’arte del Novecento. “Picasso. Il linguaggio delle idee” è il titolo dell’esposizione che, a partire dal 10 maggio 2025, propone un percorso inedito, intimo e profondo che esplora il lato più privato e artigianale del maestro, attraverso 103 opere, divise in 7 sezioni, provenienti dalla Fundación Joan Abelló di Barcellona, raccolte in otto sezioni tematiche.
Lontano dall’idea del pittore solitario e distante, la mostra racconta il Picasso dell’atelier, del laboratorio, dell’incessante sperimentazione con i materiali. È il Picasso che, a partire dal 1947, si rifugia nel Sud della Francia, e lì si immerge nell’arte ceramica come nuova forma di espressione. Terra, fuoco, smalto e colori diventano strumenti di una narrazione originale che riprende e reinventa simboli classici: tori, colombe, volti femminili, arlecchini. Il progetto curatoriale, firmato da Joan Abelló e Stefano Oliviero, si distingue per l’attenzione al processo creativo e per il desiderio di restituire un ritratto dell’uomo dietro il mito. Le opere, selezionate con rigore filologico, ci mostrano un Picasso quotidiano, ironico, giocoso, ma sempre potentemente espressivo. Una sezione particolare è dedicata ai manifesti originali delle sue esposizioni, autentici esempi di grafica d’autore, che testimoniano anche l’evoluzione del gusto visivo e comunicativo nel corso del tempo.
La mostra è anche un ritorno ideale di Picasso a Napoli, dove soggiornò nel 1917, durante la collaborazione con i Balletti Russi di Sergej Djagilev. L’artista curò costumi e scenografie per Parade, balletto che segnò la nascita del cubismo scenico. A Napoli e durante i suoi viaggi in Italia, Picasso fu profondamente colpito dalla commedia dell’arte e dalle maschere tradizionali, come Pulcinella, che divenne protagonista anche dello spettacolo Le Tricorne (1920), su musiche di Manuel de Falla. Di quest’ultimo balletto, Picasso disegnò i costumi per i personaggi popolari, ispirandosi al folklore andaluso. In mostra sono presenti 33 stampe e disegni legati a queste esperienze teatrali e al mondo del circo e dell’intrattenimento popolare di inizio Novecento. Arlecchini e saltimbanchi, amatissimi dall’artista durante il cosiddetto “periodo blu”, emergono nelle due opere esposte: l’acquaforte e acquatinta Les Saltimbanques au chien (1905) e la collotipia a colori Arlequin et sa compagne (1901), entrambi after work, ma indicativi della sensibilità poetica di Picasso.
«Una mostra polivalente che ruota su due grandi assi», ha spiegato il curatore Joan Abelló alla presentazione dell’esposizione. «Nel primo Pablo Picasso ha utilizzato lavori su carta, su ceramica, con le incisioni. Il secondo racconta i rapporti di amicizia che ha avuto con diversi artisti, come Ángel Fernández de Soto – del quale è esposta un’opera interessantissima – e i fotografi che lo hanno accompagnato negli ultimi anni della sua vita». A spiegare ulteriormente l’originalità dell’esposizione è ancora Abelló: «Sono due le motivazioni che rendono importante questa mostra: il valore dell’amicizia che legava Picasso ai suoi collaboratori artistici e il particolare rilievo che viene dato alle arti considerate ‘minori’ come la lavorazione della ceramica o la fotografia. Dietro ogni opera di Picasso c’è una storia unica, che lo ha reso un artista poliedrico ed estremamente prolifico». Sulla scelta di portare questa mostra a Napoli, aggiunge: «Picasso ha avuto una relazione con Napoli, dove ha stretto legami artistici, sentimentali e amicizie importanti per la sua vita. Durante la sua permanenza, l’artista ha trovato grandi ispirazioni per le sue opere osservando i paesaggi che offre questa città – tra Pompei ed Ercolano – che sono poi diventati paesaggi picassiani».
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