
Il dolore cervicale, definito in letteratura scientifica Neck Pain, è il secondo disturbo muscolo-scheletrico più frequente al mondo1, delimitato superiormente dalla linea nucale superiore, inferiormente da una linea trasversale immaginaria che passa attraverso le spine delle scapole e lateralmente da una linea sagittale tangente ai bordi laterali del collo2, costituendo un’importante fonte di disabilità. Il dolore cervicale presenta diverse tipologie di classificazione.
La valutazione è il momento chiave, poiché come visto nell’articolo sul mal di schiena, ci consentirà di avere un adeguato inquadramento e trattamento. Le fasi sono le stesse citate in precedenza, quindi si parte dall’anamnesi per la raccolta delle informazioni, seguita da un coerente esame fisico. Nel caso del dolore cervicale con deficit di mobilità, è probabile ascoltare e successivamente rilevare tramite palpazione, dolore ai principali gruppi muscolari del collo, come sub-occipitali, trapezio superiore, elevatore della scapola e il paziente probabilmente riferirà difficoltà nel muovere il collo, descrivendoci sensazione di rigidità, dato che verrà confutato attraverso la valutazione della mobilità, attiva e passiva del distretto cervicale3.
Un altro dato che spesso questa popolazione presenta è un deficit di endurance dei muscoli flessori profondi del collo4, con un ruolo chiave nella gestione del dolore cervicale. Come per il mal di schiena, anche per il dolore cervicale, una menzione importante va fatta nei casi in cui si sospetti una radicolopatia o grave patologia. Infatti, il primo obiettivo della valutazione del dolore cervicale è quello di riconoscere queste condizioni, ricorrendo alla valutazione neurologica ed eventualmente richiedere valutazione specialistica, in modo da gestirlo nel modo e nei tempi migliori possibili.
Secondo le linee guida5, la gestione passa dal modello biopsicosociale, partendo dall’educare il paziente, raccomandando di rimanere il più attivo possibile, limitando il riposo nelle condizioni acute ad un massimo di circa due giorni, mentre nelle condizioni cronico-ricorrenti il riposo viene sconsigliato, per poi impostare un percorso basato sull’esercizio terapeutico. Infatti, gli obiettivi di un eventuale percorso riabilitativo sono quelli di riportare la persona alle attività di valore, nel modo migliore possibile, cercando di minimizzare l’innesco o il perpetuarsi di comportamenti che alimentino la cronicizzazione del disturbo6. Anche nel dolore cervicale, le tipologie di esercizio possono essere diverse, aerobico, forza, resistenza e ad oggi non esiste un fenotipo migliore.
L’esercizio migliore si costruisce in base a quali obiettivi descrive il paziente7, senza dimenticare il ruolo chiave, che in valutazione e in trattamento hanno i fattori psicosociali o Yellow Flags. Quindi, proprio come visto nel mal di schiena, anche nel dolore cervicale l’adozione dell’approccio biopsicosociale risulta essere il modello d’elezione per la migliore gestione possibile di queste condizioni.
Di Lorenzo Panico
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