
Di ricerca si parla sempre troppo poco in Italia, eppure è un settore nel quale lo Stato dovrebbe intervenire a gamba tesa ed investire nel miglior modo possibile. L’esperienza di una giovane professionista di Castel Volturno che lavora al CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), centro d’eccellenza di Napoli, può essere d’aiuto per comprendere gli aspetti più critici che non consentono di progredire.
Che cos’è il CNR e da quanto tempo ci lavori?
«Il CNR è un istituto multidisciplinare, in quanto ci sono biologi, chimici, ingegneri e fisici. Lavoro da tre anni nel laboratorio di biologia cellulare e molecolare, in particolare mi occupo di oncologia molecolare. Ci dedichiamo in modo specifico alla ricerca sul cancro, nello specifico del carcinoma della mammella triplo negativo e del carcinoma a cellule squamose della testa e del collo. Il nostro lavoro consiste nel testare nuove molecole per valutare la loro efficacia sia da sole che in combinazione con il chemioterapico; per valutare da un lato la riduzione degli effetti collaterali della chemioterapia, dall’altro la quantità di chemioterapico che viene somministrata ed il numero di cicli. In questo contesto studiamo anche tutta la parte che riguarda l’immunoterapia».
Quanto è importante la ricerca e perché se ne parla sempre troppo poco?
«La ricerca è molto sottovalutata, poiché esiste un luogo comune che spinge a pensare al binomio malattia-medico o al trinomio malattia-cura-trattamento medico, ma in realtà non è così poiché, prima di arrivare al medico che somministra il farmaco, c’è la ricerca di base: anche per la tachipirina e l’aspirina, di cui facciamo uso abitualmente, c’è stata ricerca di base.
Purtroppo la ricerca di base viene poco finanziata dallo Stato, infatti in prima linea troviamo le associazioni privatequali Airc e Telethon, che finanziano i progetti attraverso campagne di raccolta fondi.
Tuttavia i progetti finanziati sono sempre molto pochi rispetto alla totalità dei progetti che viene presentata. I finanziamenti che provengono dallo Stato, invece, sono davvero esigui.
«Bisogna considerare un altro aspetto: dal finanziamento che arriva bisogna detrarre le spese di tutto il materiale (si pensi che una singola linea cellulare per fare esperimenti può costare anche fino a tremila euro). È necessario sostenere i costi degli esperimenti in vivo, poiché si fanno sia esperimenti in vitro su cellule che esperimenti sugli animali (ad esempio dieci animali possono costare anche quattro mila euro).
Inoltre, bisogna aggiungere le spese per il personale in quanto senza il ricercatore non si possono fare esperimenti. L’esperimento, per avere validità, deve essere ripetuto almeno tre volte: quando testi delle cose non puoi testarle solo su una linea cellulare, ma è necessario farlo su più linee cellulari per avere la conferma del dato su più carcinomi. Dunque le spese sono molto alte».
Quale altra grande falla del sistema è possibile individuare?
«Un’altra grande falla del sistema è l’instabilità contrattuale, la quale porta molti ricercatori a lasciare questo settore. È il personale di ricerca che viene a mancare poiché, senza la certezza economica, bisogna necessariamente guardare altrove. Accade che, pur ricevendo il finanziamento, quest’ultimo poi venga bloccato. Infatti, se vieni finanziato da Telethon o dall’Airc, ogni sei mesi o ogni anno (in base alla tipologia di progetto) bisogna rendicontare specificando il risultato che è stato ottenuto. In poche parole, ci sono una serie di controlli su tutto ciò che viene o non viene fatto, ma nel momento in cui il personale manca e non riesci a rispondere alla task del progetto, chi finanzia quest’ultimo finisce per bloccarlo».
Davanti ad un quadro così critico non si può restare indifferenti. La ricerca non può fare progressi in presenza di esigui finanziamenti da parte dello Stato. Se ciascuno si fermasse a riflettere sull’importanza della ricerca come strumento indispensabile per combattere le malattie che attentano alla vita di tanti, compresi bambini piccoli ed indifesi, probabilmente i fondi aumenterebbero in modo esponenziale.
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