
Il Policlinico di Caserta è una delle opere pubbliche più longeve e controverse della provincia. Il progetto viene approvato nel 1995, poi rimodulato e corretto fino al 1999. Da quel momento in poi, però, il percorso si fa confuso. Nel 2005 arriva la posa della prima pietra, accompagnata da sfilate, promesse e annunci solenni. Negli anni successivi le “prime pietre” si moltiplicano, ma la realizzazione dell’opera resta ferma, sospesa in una lunga attesa che attraversa più stagioni politiche.
Ancora oggi, nel 2026, il Policlinico non è una realtà compiuta: basta guardare il cantiere dall’esterno per rendersi conto che la struttura appare come uno scheletro incompleto. E mentre negli ultimi anni non sono mancati annunci ufficiali, come quelli dell’anno scorso che parlavano di un’imminente apertura, la realtà racconta di ritardi, difficoltà operative e persino licenziamenti. Noi di Informare ne abbiamo parlato con il Segretario Filca Cisl di Caserta Alfonso Petrone.
«Dal nostro punto di vista sono responsabilità politiche, da attribuire anche alla Regione Campania. C’è sempre stato un doppio binario: da un lato la consapevolezza che Caserta abbia un enorme bisogno di posti letto e di edilizia ospedaliera, bisogno emerso in modo drammatico durante l’emergenza Covid del 2020; dall’altro una mancanza di volontà concreta nel portare a termine l’opera».
Il Policlinico potrebbe essere una risorsa per il territorio?
«Assolutamente sì. Non è solo una struttura sanitaria: un Policlinico porta con sé ricerca, didattica, servizi, occupazione. Sarebbe un volano di sviluppo per l’intera provincia di Caserta. Una parte della cosiddetta baronia universitaria napoletana ha sempre ostacolato il Policlinico di Caserta. Fa eccezione il rettore dell’Università della Campania, Gianfranco Nicoletti, che si è intestato la battaglia per la realizzazione dell’opera. Ma, nonostante questo, non vediamo ancora nemmeno la conclusione della parte didattica».
Eppure si parlava di consegnare almeno l’ala didattica.
«Sì, l’azienda ci aveva proposto un accordo, che, come sindacato, abbiamo sottoscritto con i lavoratori, per dare uno slancio produttivo. L’impegno era di consegnare l’ala didattica entro dicembre dello scorso anno. Poi sono intervenute vicissitudini aziendali che hanno bloccato tutto».
Parliamo dell’impresa appaltatrice.
«Parliamo di Condotte 1880, subentrata dopo l’amministrazione straordinaria della vecchia Condotte d’Acqua Spa. Anche qui, dal nostro punto di vista, non si può prescindere dalle responsabilità politiche. Caserta continua a essere considerata una periferia di Napoli e della Regione Campania. Lo abbiamo visto anche alle ultime elezioni regionali: nessun consigliere regionale eletto espressione diretta del territorio casertano. A questo si aggiunge l’assenza di un Comune pienamente operativo per lungo tempo, che è stato un ulteriore handicap».
Ora però sono arrivati nuovi fondi.
«È vero: il Governo ha stanziato ulteriori 40 milioni di euro. Al momento si parla di una consegna dell’ala didattica ad aprile 2027. Ma noi diciamo che il progetto va rilanciato nel suo complesso, non solo a pezzi».
Il rischio è che diventi un’altra opera incompiuta?
«Esattamente. Sarebbe un danno enorme, non solo per i soldi pubblici già spesi, ma per l’occasione persa di sviluppo. Caserta vive una fase di forte deindustrializzazione: il settore metalmeccanico a Marcianise è in crisi, la chimica è praticamente scomparsa, e aree come l’ex Saint-Gobain sono state riconvertite ad altro. Il Policlinico potrebbe riequilibrare questo declino».
Veniamo ai licenziamenti recenti.
«Riguardano un’azienda dell’indotto, la Conca, che si occupava di impiantistica. Non conosciamo nel dettaglio i rapporti tra le due aziende. Possiamo dire che, in una fase di difficoltà economica di Condotte 1880, l’Università si è fatta carico persino del pagamento di alcuni fornitori rimasti scoperti».
Un quadro complesso. E il settore edilizio a Caserta, in generale?
«I dati delle casse edili sono positivi. Dal 2019 a oggi abbiamo registrato una massa salari mai vista prima: l’ultimo bilancio si è chiuso con 143 milioni di euro, un dato straordinario. Hanno inciso i lavori dell’alta capacità ferroviaria Cancello–Frasso Telesino e il PNRR».
E il contrasto al lavoro nero?
«Nel nostro settore funzionano strumenti efficaci, come il Durc di congruità, che ha fatto emergere molte sacche di lavoro grigio e nero. Non registriamo casi eclatanti come in altri comparti, ma serve rafforzare gli organici dell’Ispettorato del lavoro».
Gli ispettori sono sufficienti?
«No, siamo ancora sottorganico, nonostante un aumento delle risorse previsto dalla legge di bilancio 2024. Serve un approccio misto: formazione e cultura del lavoro, ma anche controlli serrati. Ispettorato del lavoro, ASL, INAIL devono lavorare insieme. Solo così si tutela davvero il lavoro e la legalità».
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