
Marzo si chiude lasciandoci una domanda che la politica italiana continua a scansare: a cosa serve il potere, se perde il senso del limite? Il referendum sulla giustizia ha dato una risposta chiara, politica prima ancora che tecnica. I cittadini hanno bocciato una riforma fortemente voluta dal governo, trasformando quel voto in un giudizio sul metodo, sul merito e soprattutto sull’arroganza con cui troppo spesso si pensa di poter governare senza ascoltare, senza confrontarsi e senza mai fare autocritica.
Dopo quella sconfitta sono arrivate alcune dimissioni. Tardive, ma inevitabili. Non atti eroici, non gesti da celebrare: semplicemente, atti dovuti. Perché in una democrazia seria chi ricopre un incarico istituzionale dovrebbe sapere che esiste un punto oltre il quale restare non è più forza, ma ostinazione. Eppure, accanto a chi ha lasciato, c’è ancora chi resiste, chi si aggrappa alla carica, chi continua a comportarsi come se il consenso ricevuto un giorno fosse una rendita perpetua e non una fiducia da meritare ogni giorno.
Una volta la politica aveva almeno il pudore delle regole non scritte. C’era il senso dell’onore, il rispetto del ruolo, la consapevolezza che rappresentare un’istituzione significasse anche saper fare un passo indietro. Oggi, invece, si scambia la permanenza al potere per prova di legittimità. Ma non è così. Restare al proprio posto non significa avere ragione. A volte significa soltanto non voler vedere il danno che si sta facendo all’istituzione che si dovrebbe servire.
Per questo il tema non è il giustizialismo. È una parola comoda, usata troppo spesso per sviare il discorso. Il punto vero è un altro: chi governa ha il dovere di essere più trasparente, più credibile, più responsabile di un cittadino qualunque, non meno. Sul piano penale vale, giustamente, la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Ma sul piano politico e istituzionale conta anche l’opportunità, conta l’autorevolezza, conta l’immagine della funzione pubblica. Chi amministra non può chiedere di essere giudicato solo in tribunale. Deve accettare di essere giudicato anche dai cittadini, ogni giorno, per il comportamento che tiene e per il peso che scarica sull’ente che rappresenta.
Ed è per questo che il caso di Castel Volturno pesa come un macigno. Secondo quanto riportato pubblicamente, il sindaco Pasquale Marrandino resta al suo posto mentre attorno alla sua figura si sono accumulati più procedimenti giudiziari, fino a quattro filoni complessivi secondo la cronaca locale, con contestazioni che vanno dal voto di scambio alla corruzione e ad altre vicende gravi. Nessuno qui anticipa sentenze. Nessuno confonde l’accusa con la colpevolezza. Ma sarebbe ipocrita far finta che tutto questo non produca un problema politico, morale e istituzionale enorme.
Perché un sindaco non è un cittadino qualsiasi investito temporaneamente di potere. Un sindaco è il volto pubblico di una comunità. È il primo responsabile dell’immagine, della credibilità e della dignità dell’ente che guida. E allora la domanda è semplice: davvero si può pensare di continuare come se nulla fosse? Davvero si può ridurre tutto alla formula stanca del “finché non c’è condanna resto dove sono”? Davvero non si comprende che esiste una soglia oltre la quale non è in gioco soltanto la posizione personale di chi governa, ma la fiducia collettiva nelle istituzioni?
Il punto, alla fine, è tutto qui. In Italia non manca soltanto il coraggio delle dimissioni. Manca, ancora prima, la cultura del limite. Manca la consapevolezza che il potere non è un possesso. È un prestito. E quando quel prestito viene consumato da sconfitte politiche, opacità, conflitti, inchieste o comportamenti inadeguati, la scelta più seria non è resistere. È fermarsi.
Dimettersi non è una vergogna. Non è una resa. Non è un’ammissione di colpa penale.
È, molto più semplicemente, il gesto con cui si riconosce che le istituzioni vengono prima della persona.
Ed è proprio questo che oggi, troppo spesso, la politica sembra aver dimenticato.
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