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Politica regionale: crisi climatica, marketing dell'Ente idrico Campano e le risposte mancanti sul futuro del servizio idrico

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27 agosto 20269 min di lettura

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Politica regionale: crisi climatica, marketing dell'Ente idrico Campano e le risposte mancanti sul futuro del servizio idrico

di Mena Moretta

La crisi climatica si dipana davanti ai nostri occhi, modificando inevitabilmente i nostri stili di vita. In questa estate torrida (è presto per farla comparire nella classifica di quelle più calde e per il momento registriamo quella del 2003 come la più calda) emergono possenti alcuni indicatori di sofferenza degli ambiti a più largo impatto della carenza idrica ed energetica. Uno studio svolto dai ricercatori della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) e del Politecnico di Milano ha stimato i costi economici di una siccità prolungata in Europa (“Multi-Year Droughts and Their Compounding Economic Impacts in Europe” è il titolo dello studio). L’analisi prevede che la siccità, con un aumento di 2 gradi, potrebbe costare 74 miliardi di euro e 960mila posti di lavoro.

L’emergenza siccità colpisce in particolare alcune zone del Pianeta come il Sud America, l’Asia e l’Africa, ma il problema è grave anche per l’Italia, dove almeno il 20% del territorio è a rischio siccità estrema e la disponibilità idrica media annua nell’ultimo trentennio si sarebbe ridotta del 19% (dati Ispra 2022).

Le temperature record registrate negli ultimi anni non incidono soltanto sulla qualità della vita delle persone, ma mettono sotto pressione anche il sistema produttivo italiano. L’agricoltura è il principale utilizzatore di acqua (circa il 60% delle risorse idriche disponibili), con un consumo di quasi 11,9 miliardi di metri cubi all’anno, e l’Italia è uno dei Paesi che più degli altri ricorre all’irrigazione. Ma è l’intera filiera del settore alimentare a risentirne; quella della carne per esempio, dove per produrre in maniera intensiva mangimi e derivati, è necessario un notevole apporto idrico, reso ancora più critico dal progressivo degrado dei terreni causato da erosione, perdita di sostanza organica e impoverimento della biodiversità.

Tra le principali cause alla base dello stato di emergenza siccità non vanno considerati solo il riscaldamento globale e le scarse precipitazioni, ma anche dispersioni, prelievi massicci di acqua per l’agricoltura, l’industria, l’energia e spreco delle risorse idriche a causa della scarsa manutenzione degli impianti. Proprio dalla rilevanza della corretta e lungimirante programmazione in termini di impiantistica proviamo ad offrire un focus su quanto renda urgente un impegno pubblico per l’utilizzo sapiente e socialmente sostenibile della risorsa acqua e il governo del suo ciclo.

L’analisi delle pressioni antropiche condotta dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) nell’ultimo monitoraggio nazionale svela tra le cause di deterioramento dei corpi idrici italiani gli scarichi urbani tra le pressioni puntuali, confermando le carenze persistenti nei sistemi di depurazione, e l’agricoltura tra le pressioni di tipo diffuso. Il settore agricolo mette in crisi oltre un terzo dei corpi idrici superficiali della penisola attraverso il rilascio di nutrienti e pesticidi e, sul fronte prelievi, sottrae volumi importanti alla rigenerazione naturale dei bacini.

Sul versante depurazione la nuova e più stringente Direttiva europea 2024/3019 sulle acque reflue, da recepire in ogni Paese membro nell’ambito del piano d’azione sull’inquinamento zero e degli obiettivi del Green Deal europeo, prevede l’estensione del trattamento secondario (rimozione della materia organica biodegradabile) a tutti gli agglomerati sopra i 1.000 abitanti equivalenti entro il 2035, obbligo di trattamento terziario (rimozione dei nutrienti azoto e fosforo) entro il 2039 e trattamento quaternario (rimozione di microinquinanti) per la rimozione dei microinquinanti entro il 2045.

Proprio di questi obiettivi ha parlato Luca Mascolo, presidente dell’Ente Idrico Campano (Eic) e di Anea, associazione che riunisce gli enti di governo d’ambito del servizio idrico e dei rifiuti, in una recente tavola rotonda dichiarando l’utilizzo di oltre 145 milioni di euro per la riduzione delle perdite idriche e la digitalizzazione delle reti, assegnati ai gestori del Servizio Idrico Integrato della Campania dallo SFNIISSI, lo strumento finanziario attuato nell’ambito del PNRR e gestito da Invitalia per conto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
È la Gori, società mista pubblico-privato e gestore idrico del distretto Sarnese-Vesuviano, il primo gestore in Campania e primo in Italia nella graduatoria della Linea di Intervento 1, con 100 milioni di euro assegnati.

Altri gestori beneficiari sono ASIS Salernitana Reti e Impianti S.p.A. e Ausino S.p.A., tutti agenti prevalentemente nel Salernitano. E a questi fondi si aggiungeranno circa 200 milioni derivanti dall’Accordo di Programma stipulato tra EIC, Regione Campania, Ministero della Transizione Ecologica e Commissario Unico per la Depurazione per superare le procedure di infrazione europee. Rileviamo che mancano tra i beneficiari, pur avendo criticità emergenziali in termini di perdite idriche di circa il 60% entrambi i distretti, sia il gestore Itl SpA(per la provincia di Caserta) sia Alto calore SpA (Irpinia).

Le motivazioni ricadono sull’assenza di requisiti e sulle perduranti procedure di concordato preventivo che interessano entrambe le società. Per ITL, individuato come gestore nel 2022, nessuna operazione di controllo e bonifica del dissesto che era già espresso da bilanci non approvati nei termini e in piani industriali irreperibili è stata favorita dall’Eic, ente deputato a funzioni di coordinamento e promozione di politiche di efficienza, sostenibilità e trasparenza nella tutela della risorsa idrica. Un lungo logoramento dell’affidabilità della società partecipata da circa trenta comuni della provincia casertana ha minato ogni aspirazione a intercettare i finanziamenti necessari per investimenti infrastrutturali extra tariffe, finanziamenti per i quali era stata costruita la società a partire dal consorzio preesistente.

Qualche perplessità la induce anche leggere dichiarazioni di Mascolo come questa: «Siamo al 56% di conformità depurativa contro una media europea del 76%, con quattro procedure di infrazione aperte che costano circa 60 milioni di euro l’anno e oltre 230 agglomerati ancora fuori norma. Non possiamo parlare di nuovi obblighi senza aver completato quelli esistenti. […] Prima chiudere il gap sul trattamento secondario, poi affrontare in modo sostenibile gli obiettivi più avanzati. Non si può salire al quaternario senza aver completato il secondario».

Sotto la sua presidenza che dura dal 2017 in Campania, l’EIC ha gestito circa 300 milioni di euro di fondi PNRR e React-EU destinati all’ammodernamento delle reti idriche campane. Non è accettabile che il presidente dell’Eic allo scadere del suo mandato praticamente decennale si sottragga al rispettare una direttiva europea confermando di essere lontano dagli obiettivi fissati da quelle precedenti in materia di acque reflue. Nonostante i più di 600 impianti di depurazione esistenti in Campania, nonostante un Commissario Straordinario Unico per la Depurazione nominato dal 2017 per attuare interventi necessari (avvalendosi anche di autorizzazioni in deroga) per il collettamento, la fognatura e la depurazione delle acque reflue urbane, dal rapporto sullo stato dell’ambiente dell’Arpac, scopriamo che dai controlli effettuati nel periodo 2014-2022 l’86% dei 12 grandi impianti comprensiorali sono conformi ma per gli impianti medi e piccoli, praticamente la stragrande maggioranza, la conformità è stazionaria, passando dal 51% al 57%.

Praticamente, se non pochissimo, ben poco è stato messo a segno nel superamento delle criticità che erano emerse fin dal 2015, anno di acquisizione dei dati per la redazione del Piano di tutela delle acque 2020-2026 vigente, approvato nel 2021 da parte della Regione Campania, dove la misura KTM1 che riguarda “Costruzione o aggiornamento di impianti di trattamento delle acque reflue” ha un capitolo di spesa dedicato. Eppure la Toscana un anno fa chiudeva tutte le procedure di infrazione dell’Unione Europea a suo carico,utilizzando fondi Pnrr, come dichiara il direttore dell’Autorità Idrica Toscana, tenendo “concentrati i gestori del servizio idrico integrato sui progetti fondamentali per uscire dalle procedure di infrazione”, assolvendo al compito che ha un soggetto pubblico di governo nell’ambito territoriale ottimale (ATO) per i rispettivi servizi idrici regionali.

La suddivisione del territorio regionale in ambiti ottimali di gestione è stata formalmente compiuta, ma gli EGA (enti di governo d’ambito), ovvero gli organismi individuati dalle Regioni per gestire il servizio idrico a livello locale, non sono operativi in maniera uniforme.

L’Eic, che presiede alla programmazione, al controllo e all’organizzazione della rete idrica, della fognatura e della depurazione, sembrerebbe non aver esercitato adeguatamente l’impegno istituzionale a lui riservato dalla legge regionale n.15 del 2015, considerata la perdurante gestione frammentata del servizio idrico. Il ritardo nell’operatività degli EGA in generale ha contribuito,secondo alcuni, a creare quello che chiamano il “water service divide”, ossia il divario tra un’area del Paese, in prevalenza al Nord e al Centro, e un’altra parte del Paese corrispondente principalmente al Sud e alle Isole, in termini di realizzazione degli investimenti e capacità gestionali e di carattere industriale degli operatori.

Ma in realtà questa narrazione ci appare più incline a dare sostegno ad un’analisi sommaria strumentale per una forte spinta delle privatizzazioni, a partire dal Mezzogiorno, ma di questo parleremo in un prossimo articolo. Intanto le gestioni in economia con 8 euro l’anno per abitante spesi a fronte della media nazionale di 49 € definiscono un regime di sostanziale insufficienza nella manutenzione straordinaria, elevati tassi di dispersione idrica nelle reti (picchi oltre il 60% in provincia di Caserta) e criticità depurative già citate.

E non è casuale la recentissima relazione della sezione di controllo della Corte dei conti che ha aperto una finestra importante di esame e accertamento sulla gestione del servizio idrico in Campania. Il magistrato istruttore Domenico Cerqua ha richiesto il 28 luglio documenti e chiarimenti al Presidente della Regione Roberto Fico, all’assessora all’Ambiente Claudia Pecoraro e al presidente dell’Ente idrico campano Luca Mascolo per una verifica sul sistema idrico campano, in particolare su tariffe differenziate, gestione parcellizzata (330 Comuni su 550 non avrebbero un gestore affidatario per i servizi idrici, fognari e depurativi) e precarie condizioni finanziarie.

È urgente un progetto regionale emancipatorio serio in materia di gestione del ciclo integrato delle acque, che contrasti il capitalismo cannibale e operi una trasformazione eco-sociale a partire da una nuova visione politica globale. Nella congiuntura attuale di crisi strutturale più che emergenziale, è letale e scandaloso accettare che le partecipate pubbliche o gli organismi di governo dei servizi pubblici essenziali siano l’oggetto di una liturgia di nomine finalizzata a soddisfare solamente i voraci rastrellatori di consenso ad personam.

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