
Nel buio improvviso di un giorno che si trasforma in notte, mentre il cielo di riempie di nubi di cenere e pietre incandescenti, un uomo tenta disperatamente di salvare la propria pelle usando ciò che ha a disposizione: un mortaio di terracotta sul capo, una lucerna per farsi strada, un anello di ferro e dieci monete in bronzo strette in mano. E non si tratta affatto di un’immagine cinematografica, ma di una ricostruzione degli ultimi istanti di vita di due vittime a Pompei della tragica eruzione del Vesuvio del 79 d.C., oggi restituita con un’esattezza millimetrica grazie all’intreccio tra risultati scientifici e archeologici e l’Intelligenza Artificiale. Un progetto straordinario, frutto del lavoro sinergico condotto tra l’Università degli Studi di Padova e il Laboratorio Digital Cultural Heritage, che si fonda su alcuni studi portati avanti dagli archeologi del Ministero della Cultura.
È proprio a Pompei, infatti, appena fuori le mura perimetrali dell’antica città, nell’area della necropoli di Porta Stabia – presso la tomba a schola dedicata a Numerius Agrestinus Equitius Pulcher, illustre militare romano del I secolo d.C., legato ad Augusto – che gli scavi archeologici più recenti hanno riportato alla luce i resti di due uomini colti durante la loro fuga dalla città, mentre si dirigevano probabilmente verso la corsa. L’uomo più anziano, secondo quanto analizzato durante gli studi archeologici, sarebbe colui che tentò di proteggersi con il mortaio di terracotta – un’evidente protezione improvvisata contro la pioggia di lapilli che si abbattette sulla città.
Ma non è tutto: la sua posa e i suoi gesti disperati testimonierebbero con una chiarezza disarmante quanto descritto da Plinio il Giovane, un testimone oculare della più grande tragedia dell’antichità. Non a caso, infatti, è da attribuire proprio al celebre epistolografo e oratore romano la celebre lettera nella quale raccontò come i fuggitivi, per difendersi dal materiale vulcanico, si legassero dei cuscini sulla testa. Tuttavia, questi disperati tentativi di salvezza non hanno funzionato, causando la morte istantanea dell’uomo sotto la fitta pioggia di lapilli.
Il secondo corpo – anch’esso di sesso maschile, ma più giovane – andò incontro alla morte qualche ora più tardi. Nonostante, infatti, fosse riuscito a scampare alla prima fase dell’eruzione, la successiva corrente piroclastica, e dunque le nubi ardenti di cenere e gas tossici che sigillarono definitivamente Pompei, dimostrarono di essere più forti di lui. Insomma, due destini diversi, che oggi ci permettono di venire a conoscenza delle diverse fasi attraverso le quali si scandì quella calamità naturale.
Ed è proprio a partire da questi ritrovamenti che oggi, a 19 secoli di distanza da quella catastrofe naturale, è stato generato, grazie all’utilizzo combinato di software di intelligenza artificiale e tecniche di fotoritocco, un modello digitale che propone la ricostruzione visiva della seconda vittima. Lo scopo? Costruire, in prima fase di prototipo sperimentale, una narrazione dell’eruzione del 79 d.C. totalmente inedita, al contempo impeccabile sul piano scientifico e accessibile a chiunque, anche a un pubblico di non specialisti.
Insomma, si tratta di un ulteriore episodio che conferma l’ingresso sempre più massiccio dell’IA all’interno degli scavi vesuviani. Un dato che risponde, oltre che a una mera necessità di natura divulgativa, soprattutto alla grande mole di dati archeologici disponibile su Pompei, “ormai tale che solo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale saremo in grado di tutelarli e valorizzarli adeguatamente”, come ha osservato il direttore del Parco Archeologico Gabriel Zuchtriegel. “È importante che noi archeologi ce ne occupiamo in prima persona, perché altrimenti lo faranno altri al posto nostro che non hanno le basi umanistiche e scientifiche necessarie. Se usata bene, l’IA può contribuire a un rinnovamento degli studi classici, raccontandoli in maniera più immersiva”, ha proseguito Zuchtriegel.
Ecco, dunque, che emerge con una forza straordinaria il grande valore di una simile ricostruzione, che non si limita affatto ad essere una semplice operazione tecnologica, ma piuttosto costituisce un vero e proprio cambio di paradigma nel modo di raccontare il passato. Una svolta epocale, nell’ambito della quale Pompei si conferma ancora una volta un laboratorio che ospita un costante dialogo tra storia e innovazione, laddove la ricostruzione digitale non sostituisce il dato archeologico, ma piuttosto lo amplifica, offrendo delle chiavi di lettura totalmente nuove.
Leggi anche: Pompei: un memoriale permanente per le vittime del 79 d.C.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...