
A differenza da ciò che si potrebbe pensare sul sito di Pompei, continuano le ricerche: sono state scoperte prove che testimoniano la presenza del Rinascimento nell’antica città.
Gli scavi sistematici di Pompei iniziati nel lontano 1748 continuano a sorprendere: hanno infatti suscitato un incredibile scalpore le prove che collegano al Rinascimento l’antica città romana, come illustrato sull’E-Journal del Parco Archeologico. Tra queste, si segnalano alcune tracce di materiali e reperti ceramici risalenti al XV o al XVI secolo. Si tratta di tre frammenti: un pezzo di parete decorato con smalto bianco e una linea marroncino affiancata da una fascia verde; la parte superiore di una fiaschetta invetriata a due anse, di forma lenticolare con collo a imbuto; e un frammento invetriato di orlo con ansa appartenente a una brocchetta. Ciò ha fatto pensare agli studiosi che durante il periodo rinascimentale l’antica città era frequentata da studiosi di tutti il mondo.
L’E-Journal, a supporto di quest’ipotesi cita anche fonti rinascimentali dirette che testimoniano come le rovine di Pompei non fossero del tutto invisibili durante il XV e il XVI secolo: Jacopo Sannazaro, nell'”Arcadia”, un’opera pubblicata nel 1504, scrive che le rovine della città erano «preziosissime agli artisti, ed a tutti i saggi estimatori delle antichità». Per di più, nel 1532 il tabulario di corte Pietro Lettieri, segnala ancora vestigia visibili sul sito. Sarebbe stata poi la grande eruzione del dicembre 1631 a ricoprire nuovamente gran parte di queste tracce.
Durante quel periodo, secondo le ricostruzioni storiche, Andrea Mantegna dipinse il magnifico quadro chiamato “Deposizione di Cristo“, riscoperto poco tempo fa nel Palazzo della Prelatura. Il quadro giunse a Pompei solo alla fine del XIX secolo, quindi non è riconducibile al Rinascimento e le due vicende sono indipendenti tra loro, tuttavia testimoniano quanto la città nel corso dei secoli è sempre stata viva e al centro di vicende di ogni tipo. I dati archeologici, infatti, documentano fasi di frequentazione tra il I e il III secolo d.C., tra il IV-V secolo e tra il XV-XVI secolo. Dunque, secondo Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei, dopo l’eruzione una comunità ha resistito al disastro e ha continuato a vivere e a tramandare la memoria della città.
Rimane, invece, sempre aperto il dibattito circa la data dell’eruzione: la tradizione ha sempre tramandato che l’eruzione avvenne il 24 agosto del 79 d.C., proprio come racconta Plinio il Giovane. Tuttavia, alla fine del XVIII secolo, l’archeologo Carlo Maria Rosini notava tra i resti carbonizzati prodotti tipicamente autunnali come castagne, noci, uva e fichi secchi, e per questo motivo si orientava verso la datazione autunnale riportata da Cassio Dione: il 24 ottobre. Nei decenni e nei secoli successivi, con l’evoluzione delle tecniche di scavo questi indizi si sono moltiplicati: frutta secca come fichi, datteri e susine, frutta autunnale come melagrane, castagne, uva e noci. Tutti prodotti che normalmente si raccoglievano tra settembre e ottobre.
Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, però, molti studiosi hanno messo in dubbio quest’ipotesi e hanno sostenuto che la frutta secca poteva essere una scorta della stagione precedente. Tuttavia, nel 2018 è stata trovata un’iscrizione a carboncino su una parete, che faceva riferimento al 17 ottobre e che sembrava fornire un indizio quasi definitivo per l’ipotesi del 24 ottobre. Ma Gabriel Zuchtriegel si è dimostrato più prudente e nel 2024 invitava a non escludere del tutto la data di Plinio: «Forse abbiamo sottovalutato la tradizione letteraria, che in realtà non è così confusionaria come si è spesso creduto, mentre potremmo aver sopravvalutato la stabilità del clima e dei cicli agricoli.
Dunque, nel novembre 2025, durante un convegno scientifico organizzato dall’Archeoclub d’Italia insieme al Parco Archeologico, gli studiosi hanno scoperto che le iscrizioni a carboncino, come quella ritrovata nel 2018, possono conservarsi per anni. Quel 17 ottobre, dunque, poteva riferirsi al 78 o al 77 d.C. e non necessariamente all’anno dell’eruzione. Nello stesso convegno, inoltre, alcuni studiosi hanno riconsiderato il calendario romano antico, notando come l’autunno iniziava già l’8 agosto. Ciò implica che i ritrovamenti di prodotti autunnali e la datazione di Plinio non sono in contraddizione, anzi è del tutto plausibile che intorno al 24 agosto i prodotti ritrovati erano già balzati al centro delle scoperte. La questione rimane aperta, ancora più aperta della relazione tra il sito e il Rinascimento, testimoniando quanto la città è tutt’altro che morta.
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