
L’antichità in tutto il mondo continua ad influenzare e condizionare le scelte dei contemporanei e un sito che all’apparenza sembra morto continua a vivere: Pompei torna, ancora una volta, ad essere viva. «Ipsa ruina docet» asserì Sebastiano Serlio: persino le rovine del mondo antico e del mondo romano hanno importanza oggigiorno.
Dalla tradizione millenaria di scavi, legali ma anche clandestini, nel sito di Pompei, iniziata già nel III secolo d.C., continuano le scoperte nel campano, che rendono di anno in anno, di decennio in decennio e di secolo in secolo, Pompei ad essere viva. Difatti, è stata rinvenuta una sepoltura di un infante dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio (ABAP) per l’Area Metropolitana di Napoli. Assieme a questa tomba sono stati ritrovati una coppa in vernice nera e vaghi di collana in pasta vitrea, poiché fino all’avvento del cristianesimo i corredi funebri erano riempiti dagli oggetti più disparati.

A Pompei, tuttavia, non lavorano unicamente gli archeologi, bensì anche gli storici contribuiscono a rendere Pompei viva ancora una volta: uno studio, curato da Gabriel Zuchtriegel, Chiara Comegna, Fabrizio Conte e Alessandro Russo, pubblicato sull’E-Journal di Pompei, forse rivela nuove ipotesi.
Da anni a questa parte ormai si pensa che la data reale dell’effettiva eruzione del Vesuvio del 79 d.C sia stata il 24 ottobre, per del ritrovamento di resti di cibi autunnali, come fichi e olive. Tuttavia, non ci sono fonti documentali: l’unico testimone – Plinio il Giovane, nipote di una vittima – racconta nei suoi scritti di un eruzione avvenuta il 24 agosto, in latino “nonum kal. Septembres”. Tuttavia, la questione non è semplice poiché «la differenza tra “n” e “v” non è sempre chiara, per cui alcuni manoscritti riportano “novum, novu” o “nov/nou”. Da lì nasce il fraintendimento: “nov” viene integrato come novembres/ novembribus, cioè novembre».
Infatti, Gabriel Zuchtriegel afferma: «Non possiamo al momento escludere che l’eruzione sia avvenuta il 24 agosto, come scrisse Plinio, e occorre domandarsi cosa questo potrebbe significare – ha dichiarato il direttore degli scavi di Pompei – Forse abbiamo sottovalutato la tradizione letteraria, che in realtà non è così confusionaria come si è spesso creduto, mentre potremmo aver sopravvalutato la stabilità del clima e dei cicli agricoli: in realtà il clima è cambiato anche nel passato, seppure con ritmi più lenti, e Pompei offre un’occasione unica per studiare un ecosistema fortemente condizionato dalla presenza umana già 2000 fa. La biodiversità e la varietà di pratiche, coltivazioni e tradizioni locali va ben oltre il quadro, necessariamente schematico, che offrono gli autori antichi che si sono occupati di agricoltura».
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