
“Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra / Ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna / Che ti sei stretta convulsamente a tua madre. / (…) / Così tu rimani tra noi, contorto calco di gesso, / Agonia senza fine, terribile testimonianza”. Con queste parole, tratte dalla poesia “La bambina di Pompei”, Primo Levi restituisce il senso dei calchi rinvenuti nella città vesuviana: corpi imprigionati nell’istante dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Anche lo scrittore Luigi Settembrini colse la stessa dimensione: “Sono morti da diciotto secoli, ma sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne e de’ loro panni mescolati col gesso: è il dolore della morte che riacquista corpo e figura…”.


È da questa percezione che nasce il nuovo allestimento permanente realizzato nella Palestra Grande del Parco Archeologico di Pompei. Un memoriale permanente inaugurato lo scorso 11 marzo alla presenza del Ministro della Cultura Alessandro Giuli e del direttore del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, che racconta la fine della città romana e le vittime della tragedia più crudele dell’antichità. «Un luogo della memoria delle persone che hanno perso la vita proprio qui» ha dichiarato Zuchtriegel.
L’esposizione, del resto, è stata possibile solo grazie alle nubi di ceneri e lapilli che avvolse i corpi di coloro che non erano riusciti a salvarsi. Da allora, si dovrà aspettare solo il 1863, quando l’archeologo Giuseppe Fiorelli colmò queste cavità con gesso liquido. Così emersero figure umane straordinariamente conservate. In particolare, è nel braccio nord della Palestra che si trova l’intera sezione dedicata ai resti umani. Qui, una serie di contenuti multimediali mostra come la tecnica dei calchi abbia attraversato una lenta evoluzione. Nel braccio sud, invece, è collocata un’ampia sezione dedicata agli animali e alle piante, con una collezione di reperti organici ben conservati.
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