
Recentemente il Comune di Napoli ha discusso del piano di restauro dei Ponti Rossi, rivelatosi più costoso del previsto, constatandone gli aspetti legati alla riqualificazione del Quartiere San Carlo nella Terza Municipalità e per evitare che l’area non diventi solo una ztl “vetrina”, preda di una ristorazione selvaggia che si limita a far da irradiatore allo smodato aumento dei prezzi del Centro Storico. È necessario partire da lontano. Un turismo sostenibile parte anche dall’incentivo a sponsorizzare la cultura e la storia di una comunità. Necessaria la raccolta di informazioni che potranno essere utilizzate per creare pannelli espositivi sulla storia di un sito.
Il nome “Ponti Rossi” deriva ovviamente dall’ex acquedotto simil romano, al centro della strada, le cui tre arcate fungono anche da passaggio per le autovetture. La sua struttura richiamando influssi antichi ha da sempre attirato l’interesse del Mondo politico culturale Napoletano. Da qui l’interesse della giunta De Magistris e anche di quella attuale nel voler risollevare il sito. Il quale, meno convergente del Centro Storico, ma in condizioni tutto sommato ancora buone, richiamerebbe fortemente al passato mitico della città. Si trovano inoltre in un’area convergente la discesa di Capodichino, l’area Nord e piazza Carlo III. Quindi la loro ripresa convoglierebbe una vasta zona. Ma è necessario non cristallizzare i monumenti dietro una rigida identità o un mero utilitarismo e vederne la complessità.
L’antico manufatto dei Ponti Rossi ha le sue origini nell’acquedotto Serino augusteo, tra il 30 d.c. e il 20 a.c., ai tempi del Primo Imperatore Romano. Era un’area strategica per l’approvvigionamento di acque in direzione dell’entroterra campano. Fino al 1938 si credeva fosse successivo, dell’età di Claudio. Un’iscrizione richiamante il primo Imperator ha retrodatato la cosa. L’acquedotto di Serino, partendo dalle sorgenti nell’avellinese, dopo aver in parte fatto transitare sottoterra le sue acque, giungeva nel Napoletano. Quest’ultima, passante per i Ponti Rossi, dopo essersi irradiata per Suessola e l’attuale Casalnuovo, riforniva con la sua struttura ad arco il Centro fino a Bacoli. Le acque erano tenute fresche dai cunicoli sotterranei di Miano Vecchia, poi di Capodichino. Grazie ad una pendenza dell’1% l’acquedotto giungeva sulla Collina di Sant’Eframo. Da lì riscendeva verso l’attuale Orto Botanico, verso il quartiere dei Vergini e infine nel nucleo di Neapolis (l’attuale San Pietro a Maiella).
Il tratto oggi sito nell’omonima via, da una parte si biforcava anche a Nord sulla collina di Montesanto, per poi il flusso artificiale costeggiava il promontorio sulla spiaggia naturale di Chiaia. Raggiungeva finalmente, di nuovo sotterraneo, dalla grotta di Pozzuoli alle ricche ville patrizie di Posillipo e Bagnoli. Intanto un terzo flusso da qui arrivava a Bacoli per rifornire a Miseno la Piscina Mirabilis, illustre terma del patriziato romano, e le riserve per i militari della Classis Misensis, nel porto militare della flotta ufficiale romana. Le diramazioni sotterranee dal Serino giungevano ad Acquaro Urcioli, in Calabria, i Ponti Rossi e il tratto vesuviano tra Pompei e Stabia. Sono visibili i resti di una tratta acquifera di circa 400 km. Bene ricordare però che il tratto centrale più iconico dei Ponti Rossi, con le sue arcate sulla strada, fu distrutto durante la guerra gotica, ovvero un conflitto del V secolo d.c., che oppose l’Impero Romano d’Oriente e i barbari ostrogoti.
Il generale romano Belisario, vista la presenza barbara in città, distrusse il tratto d’acquedotto sul sentiero nel tentativo, poi riuscito di far arrendere la cittá. Sarà Don Pedro di Toledo, viceré di Napoli nel 1500’ a restaurare, quasi unicamente a fini estetici il tratto sull’attuale sentiero, unendolo ai resti romani. È forte il legame mai reciso tra la Roma classica e l’Italia. La situazione da lì in poi è rimasta circa invariata, durante il periodo asburgico e borbonico. Le diverse invasioni, le rivoluzioni seicentesche e l’invasione napoleonica non alterano di molto la natura del territorio. Tra la fine del diciottesimo secolo e l’inizio del diciannovesimo secolo, diversi intellettuali europei. Affascinati dalle arti italiane visitarono anche questa porta d’ingresso alla Napoli illuminista. Fu immortalato il paesaggio rurale di quel periodo che durante il primo ottocento vedrà la costruzione anche di ville aristocratiche. La speculazione urbana nella seconda metà del Novecento ne ha in parte sconvolto la sua identità. Come con la vicina Piazza Ottocalli, di antica memoria con la sua chiesa cinquecentesca. Oggi San Carlo aspetta una redenzione da semplice area di passaggio e abitativa che merita.
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