
Per troppo tempo la psicoanalisi è stata considerata un trattamento riservato a pochi, spesso inaccessibile per motivi economici. Oggi, però, esistono realtà che cercano di cambiare questa percezione e di abbattere le barriere tra la psicologia e il sociale.
Tra queste realtà c’è la Jonas Italia, rete di centri clinici fondata nel 2003 dallo psicoanalista Massimo Recalcati, ce ne parla la dottoressa Bove, sua collaboratrice a Napoli, che spiega:
«Jonas Italia è una realtà fondata nel 2003 dallo psicoanalista Massimo Recalcati. Si tratta di una rete di centri di clinica psicoanalitica per i nuovi sintomi; attualmente in Italia sono presenti trentacinque sedi oltre alle associazioni Gianburrasca e Telemaco», aggiunge poi «Per lungo tempo la psicoanalisi è stata intesa come pratica elitaria e l’accesso alle cure poteva essere complicato da questioni di varia natura, tra cui la disponibilità economica ma anche la difficoltà di informazione.
Una delle mission di Jonas è offrire percorsi di cura a tariffe accessibili, lo scopo è quello di implementare il rapporto tra la pratica psiconalitica ed il sociale attraverso convegni specialistici, eventi culturali di vario tipo, collaborazioni con le istituzioni».
Secondo la dottoressa Bove, l’accesso alla cura psicologica, nel nostro Paese, è ancora troppo spesso ostacolato da una molteplicità di fattori: «Risulta ancora troppo complicato per alcune fasce della popolazione accedere alle cure psicologiche. Questo accade per diversi motivi tra questi possiamo citare il costo e la difficoltà di informazione. A causa del sovraccarico delle strutture pubbliche spesso è necessario esercitare una selezione della domanda in entrata ed allora capita spesso che un paziente decida di rivolgersi ad un professionista privato dopo svariati tentativi di accesso al servizio pubblico.
In questi casi l’utente non ha molta scelta: se ha necessità di intraprendere un percorso psicologico è necessario sostenere dei costi più elevati e qualora non fosse possibile il rischio è che la sua domanda di cura non venga accolta con tutte le conseguenze del caso, tra cui la cronicizzazione della patologia».
Una delle novità più rilevanti degli ultimi anni è l’istituzione della figura dello psicologo di base. La dottoressa Bove ne riconosce l’importanza e il potenziale, pur sottolineando che si tratta di una sfida ancora in divenire.
«L’istituzione della figura dello psicologo di base rappresenta un fondamentale passo in avanti per il nostro Ordine Professionale. Il servizio di psicologia di base offre un primo livello di assistenza e cura completamente gratuita attraverso un ciclo di otto incontri rinnovabili ed il successivo invio ai livelli specialistici di cura. Lo psicologo di base collabora con i medici di medicina generale ed i pediatri per riconoscere ed affrontare i diversi bisogni psicologici dei pazienti. Il servizio di cura primaria ha già svolto un compito importante di prevenzione della salute psicologica e promozione del benessere.
Adesso si tratta di guardare al futuro e la prima sfida è proprio quella della formazione di questa nuova figura professionale, sarà poi necessario pensare al modo di rendere l’integrazione con le diverse figure professionali generativa».
Viviamo in un’epoca di fragilità emotive e trasformazioni sociali che hanno fatto emergere con forza una nuova esigenza di cura. Secondo la dottoressa Bove, la pandemia ha rappresentato un momento cruciale.
«Negli ultimi anni in Italia si è registrato un deciso aumento del disagio psicologico, un aumento dei disturbi d’ansia e d’umore. Oggi i dati parlano chiaro: la depressione si diffonde ampiamente nei giovani. La domanda di cura psicologica è cresciuta in maniera esponenziale soprattutto nel periodo che ha seguito l’epidemia. Dovremmo interrogarci di più su questo fenomeno: l’isolamento sociale prolungato, la paura dell’altro come del possibile untore hanno rimarcato l’ idea del contatto sociale come fonte di pericolo e quindi da evitare.
Da qui il ricorso ad altri oggetti non umani che sono diventati oggetti di dipendenza come gli oggetti digitali. Bisogna poi riflettere sulle cause più profonde di questo disagio ed indagare le difficoltà educative dei genitori di oggi come difficoltà ad accendere e trasmettere qualcosa del loro desiderio».
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