
Tra le carte del notaio Giovanni Giaquinto della piazza di Caserta, conservate presso l’Archivio di Stato, vi è un atto di delega espresso dal legittimo governatore della Santissima della Casa dell’Annunziata di Napoli a favore del parroco della città di Caserta, affinché lo rappresenti in occasione di un evento molto atteso da tutta la città, ma soprattutto dalla giovane popolazione femminile nubile e in età da marito.
Scadevano, infatti, nel 1791, i cinque anni che cadenzavano la “bussola”, ovvero l’estrazione a sorte dei nominativi di 20 “donzelle povere” della città alle quali venivano con questo metodo assegnati altrettanti “maritaggi”, ossia vere e proprie doti, ammontanti a 25 ducati ciascuna, grazie alle quali si garantiva il patrimonio con cui giovani donne in età da marito, provenienti da famiglie molto indigenti e di cui fossero note l’onestà e i sentimenti religiosi, potevano accedere all’istituto matrimoniale.
Ogni 5 anni, nel mese di agosto, dunque, in base ad un legato disposto da Baldassarre Acquaviva, marchese di Ballante alla fine del XVI secolo, Caserta era protagonista di questa per noi oggi curiosa riffa, gestita in modo da elargire uniformemente le quote messe a disposizione a tutti i quartieri della città. Dal verbale dell’estrazione, di cui si redigeva atto pubblico a cura di un notaio, si legge che si “bussolavano” (cioè si estraevano dal bussolotto) i nominativi delle “zitelle povere” dei quartieri di San Clemente, di Torre, di Caserta supra Montes, di Tuoro, di Casolla, di Puccianiello.
Ma quale è il senso profondo di quella che a noi può sembrare semplicemente una specie di lotteria, ma che era in realtà diffusissima in età moderna nel Regno di Napoli e in generale in tutti gli stati preunitari?
I maritaggi, dispensati attraverso legati testamentari ed eventualmente gestiti da istituzioni caritative denominate appunto “monti dei maritaggi”, rispondevano a due principali bisogni delle società di Ancien Régime: garantire un futuro alle ragazze appartenenti alle famiglie meno abbienti e perciò impossibilitate a stanziare per loro una dote (cioè l’insieme dei beni apportati dalla moglie per sostenere gli oneri del matrimonio); assicurare, per il tramite del matrimonio, il controllo sociale e morale salvaguardando la verginità delle potenziali spose. Tanto era sentito il secondo dei due bisogni, che in moltissimi casi i maritaggi erano destinati non solo alle giovani fanciulle nubili e in età da marito, ma anche a donne adulte rimaste sole (vedove, ripudia- te, separate, “malmaritate”) e perciò esposte più facilmente al disonore, o addirittura a donne già considerate perdute moralmente (prostitute o semplicemente donne che avevano instaurato rapporti illeciti e illegittimi con uomini).
L’urgenza di garantire anche alle ragazze povere un minimo di patrimonio affinché potessero accedere all’istituto matrimoniale svela una concezione delle vite delle donne, che le ritiene sostanzialmente inutili e improduttive – se non, come abbiamo già detto, pericolose – se non votate alla costituzione di una famiglia e alla procreazione.
Tanto era sentita tale necessità dalle società di Ancien Régime da determinare, nei benefattori e nelle benefattrici che devolvessero una quota delle loro eredità alla causa delle “zitelle” o delle donne sole e “pericolanti” o “pericolate”, un forte sentimento di compiacimento per il contributo dato alla sal- vezza dell’anima (ma quanto anche del corpo!) di queste donne. Una forma di filantropia dove, all’utile sociale, si univa dunque la consapevolezza nel benefattori di garantirsi indulgenza e considerazione nell’aldilà e il prestigio e il rafforzamento del senso di attaccamento delle comunità al casato che si faceva carico di tale atto di assistenza.
Le ragazze i cui nominativi venivano estratti ogni cinque anni a Caserta diventavano così appetibili per i giovani uomini – il pagamento dei maritaggi avveniva comunque solo dopo la celebrazione del matrimonio – e rafforzava la natura di un istituto ancora molto lontano dalla sua trasformazione in un puro “affare di cuore”, votato com’era a inquadrare in un contesto di controllo sociale diffuso le vite delle donne.
Non ci sono più riffe per le doti, non si affollano davanti al bussolotto ragazze in età da marito, impareggiabili progressi sono stati fatti, ma possiamo veramente dire che le vite delle giovani donne siano nella loro piena e totale disponibilità e prive di condizionamenti sociali che le vorrebbero rassicuranti mogli e madri?
di Fortunata Manzi, Direttrice dell’Archivio di Stato di Caserta
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