
Il numero di febbraio di Vita Magazine (già citata in questa rubrica) è interamente dedicato alla povertà ed alle diseguaglianze, mentre la nuova rivista “Nessi” pubblicata da “Percorsi di Secondo Welfare” ha dedicato il suo primo numero alla povertà relazionale. Nel frattempo, continua in maniera incessante il lavoro di realtà come il “Forum Diseguaglianze e Diversità” oppure “Openpolis”, molto attiva sul tema della povertà educativa. Mettendo insieme questi indizi, saremmo portati a pensare che la diseguaglianza e la povertà nelle sue varie forme siano ormai percepite come un’emergenza per il paese e ancora di più per il Mezzogiorno. Purtroppo, uno sguardo ai dibattiti nelle sedi istituzionali ma anche alle prime pagine dei quotidiani ci restituisce un quadro totalmente diverso nel quale questi temi sono assolutamente sottovalutati.
Naturalmente questi temi esistono e sono molto sentiti da chi sta sui territori con vari ruoli e responsabilità: gli enti locali, dalla Regione ai Comuni; il mondo della scuola nelle sue varie articolazioni; la Chiesa con i suoi presidi di comunità; le aziende più sensibili al benessere dei propri lavoratori e le associazioni storiche e quelle a carattere locale. Ciascuno di questi soggetti, in Campania come nel resto d’Italia, ogni giorno si impegna con erogazione di sussidi e contributi, acquisto di beni di prima necessità, corsi di formazione, assistenza alle famiglie ed alle persone più fragili, sportelli informativi ed ogni possibile azione che sembri utile allo scopo.
Eppure, se guardiamo al contesto campano che conosciamo meglio, sembra che tutti gli sforzi profusi ogni giorno dai soggetti ricordati sopra non siano riusciti finora a produrre risultati significativi al di là dei piccoli miglioramenti in alcuni indicatori, come quello della povertà educativa. Primo motivo di questa sproporzione tra le energie impiegate e l’impatto generato sta sicuramente nell’oggettiva rilevanza del problema in una fase in cui lo Stato si è ritirato da certi fronti, ma a questa spiegazione credo vada aggiunta la mancanza di coordinamento tra le varie azioni messe in campo, che inevitabilmente genera duplicazione o buchi, mancato apprendimento dalle esperienze precedenti, possibile disorientamento nei potenziali beneficiari. In sintesi, come nelle partite dei bambini tutti rincorrono la palla ma non si vede un gioco.
Come sempre, quando si ragiona su queste inefficienze vengono in mente parole magiche come fare rete, dialogo, ascolto reciproco, ma per non limitarci ad elencare questi concetti sacrosanti proviamo a declinarli in maniera più concreta con un esempio che restringe il campo di osservazione a due degli stakeholder elencati. Oggi capita che enti del Terzo Settore organizzano corsi di formazione con finalità di inclusione sociale, mentre le aziende dal canto loro si impegnano per combattere forme di disagio che rilevano nella propria comunità. Si tratta, in entrambi i casi di azioni meritorie, che talvolta però non colgono nel segno perché ad esempio l’ente del Terzo Settore organizza corsi per pizzaioli con forno a legna mentre il mercato sta richiedendo quelli per forno elettrico, oppure l’azienda ha sostenuto la realizzazione di laboratori teatrali a favore di bambini autistici ma non sa che un progetto simile sta partendo grazie ad un bando.
Probabilmente, per entrambi i casi, le decisioni sarebbero state diverse se le realtà impegnate sui due fronti avessero dialogato preventivamente condividendo informazioni e buone pratiche. Naturalmente, questo obiettivo è molto sfidante in quanto comporta un cambiamento culturale e di metodo, che a lungo termine dovrebbe coinvolgere anche le rispettive associazioni di categoria per alzare l’asticella delle possibili sinergie. Ma l’alternativa non è molto allettante, visto che rischiamo di tornare a casa stanchi, con la maglietta strappata, le ginocchia sbucciate e per giunta senza aver fatto nemmeno un goal.
a cura di Tommaso D’Alterio
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