
Ad un osservatore poco attento i processi di innovazione appaiono lineari, immaginando epoche future sempre più tecnologiche e sempre meno a contatto con il “reale”. Valentino Catricalà, studioso, curatore e critico d’arte contemporanea, ci spiega invece come acquisire uno sguardo lucido sul rapporto che lega tecnologie, media e arte. Secondo Catricalà, stiamo vivendo uno «scollamento tra la narrativa intorno alla tecnologia e il suo ruolo nella società», cioè il suo impatto. Un esempio? Mentre una narrativa potentissima intorno alla realtà virtuale – pubblicità, festival, corsi universitari, articoli su riviste – la vendono come l’avanguardia di questo secolo, in realtà «le vendite effettive sono risicate, avere il visore non significa usarlo davvero».
Gli ultimi anni sono stati un periodo di entusiasmo generale, specialmente nel mondo dell’arte, rispetto all’utilizzo della realtà virtuale e della realtà aumentata all’interno degli spazi espositivi. Tuttavia, per lo studioso, la diffusione a macchia d’olio di spazi immersivi nelle istituzioni pubbliche, come le mostre “Van Gogh Experience”, o delle opere digitali, come gli NFT (non-fungible tokens), non assicura loro successo a lungo termine. Al contrario, alcune tipologie di tecnologie generano un “effetto wow”, che Catricalà dice destinato a spegnersi, stentando a mantenere l’interesse del pubblico sul lungo periodo. Spesso, «i musei sono più interessati alla forma espositiva rispetto ai contenuti che propongono, come se andasse bene tutto purché sia immersivo».
Allo stesso modo, alcune delle tecnologie generano un clamore mediatico, salvo poi cadere nell’oblio, perché l’approccio alla visione da parte dei critici è sbagliato. «Semplicemente perché c’è il visore non significa che funzionerà. – spiega lo studioso – Tantissime tecnologie e prototipi pubblicizzati, venduti e che hanno anche avuto successo, sono completamente scomparsi e non ricordiamo nemmeno che esistono». Catricalà propone un altro esempio: Kinect, l’accessorio per la console Xbox 360 sensibile al movimento umano, sviluppato da Microsoft e venduto per soli sei anni, dal 2010 al 2016. Un oggetto che non ha funzionato «non per motivazioni tecnologiche, ma per motivazioni umane: facciamo esperienza delle cose attraverso la relazione tra il corpo e l’oggetto, togliendo l’oggetto non c’è relazione con il mondo».
Lo studioso propone di guardare non alla tecnologia in sé, ma al ruolo di quella tecnologia in una società fatta di uomini e donne, emotivi, che non seguono una logica lineare. Per capire se gli strumenti del futuro attecchiranno sul sostrato culturale, dovremmo concentrarci non solo sulle proprietà tecnologiche degli oggetti, ma anche sul rapporto con la società, che è in continua evoluzione. Ad esempio, la pandemia Covid-19 ha anche riacceso l’interesse per il videochiamarsi, pubblicizzato già a partire dagli anni ’60 con il nome di videofonino, perché è cambiato il modo di stare a casa. Infatti, Catricalà afferma che si è affievolita la reticenza ad esporre la propria vita privata. Adesso, anche con i social media, siamo abituati ad un tipo di intimità più pubblica. Tuttavia, a differenza di chi crede che il prossimo step sia vivere a metà tra reale e digitale, nell’“onlife”, Valentino Catricalà è più cauto.
«La grande lezione della pandemia è stata che noi non sfruttiamo abbastanza le potenzialità del digitale, ma ci ha anche insegnato che abbiamo bisogno di fisicità, di un rapporto con il territorio e le persone». Il Metaverso, cioè la creazione di una rete di mondi virtuali 3D attraverso l’utilizzo di visori e controller, si propone come la nuova frontiera di connessione sociale. Anche il mondo dell’arte ha cercato di abbracciare quest’innovazione, tuttavia, con scarsi risultati. «Al momento, tutte le mostre sul metaverso sono state un fallimento, perché propongono un tipo di interattività molto semplice, tutto basato sul mettere in mostra la tecnologia. In futuro, è probabile che la tecnologia potrà essere strutturata in un nuovo linguaggio e il dispositivo decollerà».
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