
L’introduzione di un percorso di mobilità nazionale ovvero di uno scambio culturale tra Atenei appartenenti alla nostra nazione sarebbe un incentivo non solo in termini di mobilità interna, ma anche un ottimo grimaldello per incentivare scambi inter e multidisciplinari, culturali ed esperienziali a livello interregionale in perfetta linea con gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che, tra gli altri, prevede anche il miglioramento qualitativo e l’ampliamento quantitativo dei servizi di istruzione e formazione.
Ad oggi, però, tale pratica manca di una propria regolamentazione in via generale o di linee guida che possano, nella piena autonomia dei singoli Atenei, predisporre un piano attuativo adatto alle esigenze odierne di crescita culturale e di scambio interdisciplinare tra studenti anche su un piano nazionale.
Di questo “Erasmus italiano” ne abbiamo parlato con Nicola Liguori, Consigliere Nazionale degli Studenti Universitari, sulla possibilità di attivare il progetto di mobilità nazionale – che viene portato avanti da parte del suo gruppo di rappresentanza nazionale Confederazione degli Studenti. È stato accolto positivamente dalla Ministra On. Anna Maria Bernini, in occasione della sessione di C.n.s.u. in data 8 giugno 2023. Gli Atenei italiani si stanno impegnando affinché i loro regolamenti didattici possano uniformarsi entro il 30 novembre 2023. Non sono però da sottovalutare l’individuazione di appositi fondi per sostenere il progetto, che dovrebbero essere differenti e non cumulativi rispetto a quelli già stanziati per l’Erasmus Internazionale.
«Nonostante l’impegno del Ministro e del Ministero non c’è, ad oggi, una vera e propria costruzione omogenea e ben strutturata a livello nazionale. Il problema è che l’indirizzo per la sua concreta attuazione, sia rimessa alla discrezionalità di ciascun Ateneo e la paura è che questo possa pregiudicare una fattiva armonizzazione sulle modalità attuative del progetto nazionale e sugli scambi formativi di studenti provenienti da Atenei diversi».
«Non si parla solo di un problema economico e di sostenibilità dispesa, il punto focale è anche quello di non avere una coordinazione amministrativa tra i vari Atenei, limitando la creazione di una fitta rete di scambi. Il rischio è che l’idea ci sia ma non sia, al contempo, ancora praticabile del tutto. Avere una nota di indirizzo ministeriale, sarebbe proficuo e questo è quanto abbiamo espressamente attenzionato e che dovrebbe essere diramato a ciascun Ateneo per adeguare i propri regolamenti didattici a tale pratica e permette di avere un’ossatura del progetto “Erasmus nazionale” così da capire entro quali limiti muoversi per rendere omogenea una sua pratica a livello nazionale».
Il vero problema, dunque, è che non c’è una costruzione omogenea e uniforme sul territorio nazionale. «Il progetto può essere un punto di partenza su cui il nostro sistema universitario può vantare una grande opportunità. Limando, altresì, anche le differenze che possono esserci tra sud/nord garantendo una forte circolarità culturale e formativa tra le università italiane. Da un punto divista didattico può essere uno strumento per incentivare gli atenei ad una maggiore competitività e appetibilità intorno al proprio corso di studi, creando un’offerta formativa più flessibile e personalizzata. Rendendo molto più appetibili atenei che potrebbero risultare meno “gettonati”».
Per il C.n.s.u è forte la preoccupazione di lasciare libera discrezionalità agli Atenei, pregiudicando la costruzione di una rete armoniosa su tutto il territorio nazionale. Resta uno strumento la cui attuazione è rimessa ai singoli, e pertanto anche la sua strutturazione. Tenendo presente che non tutti offrono la stessa qualità/quantità in termini di strutture e servizi. Serve, quindi, un monitoraggio dei processi e un coordinamento tra le università italiane soprattutto in questa prima fase di costruzione.
A parlare di questa iniziativa è intervenuto anche il Professore, nonché Presidente del C.u.n. (Consiglio Universitario Nazionale) Paolo Pedone. «Stiamo lavorando ad un Erasmus italiano, che può agevolare nuove esperienze formative, rimanendo in Italia. Poter frequentare alcuni corsi in altri atenei arricchirà le loro competenze e sarà un modo per rendere l’Università stessa più dinamica e attrattiva. La Ministra ha già lanciato anche il primo progetto pilota attivato tra l’Università di Bergamo e di Reggio Calabria». Il programma, se portato a compimento, garantirebbe a molti studenti di maturare un’esperienza che riesca ad arricchire il proprio percorso formativo e professionale, nonché di adeguare l’offerta formativa alle nuove sfide del mercato del lavoro. Questo aumenterebbe il ventaglio di scelte professionalizzanti e specialistiche che possono essere intraprese durante il percorso accademico di ciascuno studente, così da garantire quei giusti mezzi per poter entrare competitivamente nel mondo delle professioni.
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