
I cittadini devono capire che l’8 e 9 giugno non saremo chiamati a scegliere tra partiti o schieramenti politici. Non si tratta di votare per la destra o per la sinistra, per il governo o per l’opposizione. Grazie a questi referendum si vota per noi stessi, per i nostri diritti, per il tipo di società in cui vogliamo vivere. Si va a votare e si deve andare a votare per due temi molto rilevanti in questi anni di precariato e immigrazione: i cinque quesiti referendari abrogativi rappresentano una rara occasione in cui i cittadini possono esprimersi direttamente su questioni concrete che influenzano la vita quotidiana di milioni di persone. Non è una competizione tra leader politici – finalmente – ma un esercizio di democrazia pura, dove contano solo le nostre convinzioni e i nostri interessi.
Eppure, invece di difendere la partecipazione democratica, il governo invita all’astensione. Una scelta che suona come un tradimento. Perché se è vero che il voto è un diritto, è altrettanto vero che rinunciarvi è un crimine contro la democrazia stessa. I primi quattro quesiti sul lavoro promossi dalla CGIL toccano nodi cruciali della precarietà e dello sfruttamento. Si chiede di ripristinare il reintegro per i licenziati ingiustamente, oggi costretti a un risarcimento misero e senza possibilità di riavere il posto. Si propone di eliminare il tetto delle sei mensilità per i licenziamenti nelle piccole imprese, perché un lavoratore ingiustamente cacciato merita una riparazione adeguata, non un contentino. Si vuole obbligare le aziende a motivare i contratti a termine, per fermare l’abuso del precariato come norma. E si cerca di rendere più sicuro il lavoro negli appalti, facendo ricadere la responsabilità anche sui committenti quando un operaio si ferisce.
Sono proposte concrete, nate dalle firme di milioni di cittadini, non hanno per forza un colore politico. Eppure il governo le tratta come un fastidio, come qualcosa da evitare. Invece di discutere nel merito, preferisce scoraggiare il voto per il referendum. Perché? L’ultimo quesito riguarda il tempo di residenza per ottenere la cittadinanza: oggi servono dieci anni, una delle soglie più alte d’Europa. Il referendum chiede di riportarli a cinque, come già avveniva in passato. Una questione di civiltà: chi vive qui, lavora e contribuisce alla società meriterebbe di essere riconosciuto, senza dover aspettare un decennio. Ma anche su questo, il governo sembra preferire l’esclusione. Quando i partiti di maggioranza invitano a non votare, lo fanno per paura. Sanno che, se si raggiungesse il quorum, quei diritti potrebbero tornare. E allora giocano sporco: invece di argomentare, spingono per il fallimento della consultazione. È un trucco vecchio, ma pericoloso.
L’articolo 48 della Costituzione parla di voto come “dovere civico”. Un governo che invita all’astensione tradisce quel dovere. È ipocrita lamentarsi della disaffezione alle urne quando poi si fa di tutto per alimentarla. Perché i referendum siano validi, serve la partecipazione della maggioranza degli elettori. Se pochi voteranno, anche un milione di Sì non conterà nulla. È un meccanismo che premia chi ha paura del verdetto popolare. Ma la democrazia non dovrebbe funzionare così. Astenersi non è un gesto neutro. Significa accettare che i diritti si smantellino senza reagire. L’8 e 9 giugno, andare a votare per il referendum non è solo un diritto: è un atto di dignità. Perché chi teme il voto del popolo, teme la democrazia stessa.
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