
È una proposta di legge presentata in Senato il 5 giugno, quella del senatore di Forza Italia Claudio Fazzone: abrogare integralmente la legge Merlin per reintrodurre un sistema di regolamentazione per la prostituzione attraverso le case chiuse. Tra nuovi obblighi, autorizzazioni e registri pubblici, il quesito più grande che sorge è legato, tuttavia, al concetto di libera scelta.
Nel 1958 l’Italia voltava pagina con l’approvazione della Legge Merlin, voluta dalla senatrice socialista Lina Merlin, che aboliva le case di tolleranza allora gestite dallo Stato. Con essa, oltre 500 bordelli vennero chiusi. La norma non fu solo una questione giuridica: rappresentò un’affermazione della libertà e della dignità femminile, un colpo simbolico al patriarcato e alla mercificazione del corpo. La proposta di Fratelli d’Italia, con l’articolo 1, vuole stabilire un principio attorno cui far ruotare il nuovo disegno di legge: che l’attività di prostituzione «esercitata liberamente da persone maggiorenni in forma volontaria e consapevole» non costituirebbe reato. Una «libera scelta» che, però, trova la prima contraddizione nell’articolo 17, che introduce il reato di induzione alla prostituzione approfittando delle difficoltà economiche della vittima.
Ancora, nel testo si prevede la reintroduzione delle case chiuse gestite da titolari con apposita autorizzazione, il coinvolgimento delle autorità sanitarie, la creazione di registri riservati presso le autorità di pubblica sicurezza e i Comuni, con annesso il diritto all’oblio per chi interrompe l’attività.
La proposta di legge sta facendo ampiamente discutere, viste soprattutto le apparenti contraddizioni riscontrabili al suo interno. Innanzitutto, presenta elementi di potenziale incostituzionalità: risale infatti al 2019 la sentenza n.141 della Corte Costituzionale che, nonostante non vieti la prostituzione, lo Stato non può promuoverla, né tantomeno tutelarla come espressione della dignità individuale. Più che dall’autodeterminazione, la scelta di prostituirsi nasce da gravi difficoltà economiche e contesti sociali degradati. Scriveva la Corte, infatti, che «l’offerta di prestazioni sessuali verso corrispettivo non rappresenta affatto uno strumento di tutela e di sviluppo della persona umana, ma costituisce – molto più semplicemente – una particolare forma di attività economica».
E ancora una volta la voce delle donne rimane inascoltata. Il testo parla di regole, obblighi fiscali, controlli e reati, ma non contiene alcun riferimento a consultazioni con le lavoratrici del sesso o con le realtà che le supportano, né sono previste misure concrete per garantire alternative, autonomia economica o percorsi di uscita per chi intende smettere. La proposta si presenta quindi come uno strumento che vuol continuare ad alimentare, in «via legale», un sistema di cui le donne sono vittime, piuttosto che sforzarsi di scandagliarne le cause che l’originano per eliminarle alla radice. Non si tratta solo di una legge, ma della direzione etica di un intero paese che, per l’ennesima volta, vocifera sulle donne senza consultarle, lasciando agli uomini la facoltà di stabilire cosa devono o non devono fare col proprio corpo.
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