
Non è passato inosservato l’inserimento di un nuovo codice ATECO dedicato a “Servizi di incontro ed eventi simili” che comprende anche l’organizzazione e l’offerta di servizi di escort e prostituzione. Oltre a destare problematiche a livello legale, questa decisione apre la strada allo sdoganamento del fenomeno della prostituzione: ma qual è il confine fra la libera scelta delle donne e una violenza sistematica e patriarcale legalizzata?
Nel nuovo elenco dei codici ATECO compaiono, col codice 96.99.92, i “Servizi di incontro ed eventi simili”, che esplicitamente includono escort e sex worker, e la loro organizzazione. Una regolamentazione fiscale che potrebbe però entrare in contrasto con la legge stessa, che dal punto di vista penale sanziona e punisce lo sfruttamento ed il favoreggiamento della prostituzione. Ricordiamo, la libera prostituzione attualmente non è considerata illecito penale, a patto che si dimostri che l’attività venga esercitata in assenza di mezzi di coercizione o in accordo con le organizzazioni criminali, che sulla prostituzione hanno creato storicamente un vero e proprio business.
Attualmente, a prostituirsi sono principalmente donne che versano in condizioni di marginalizzazione e razializzazione, specialmente in Italia, paese in cui risulta praticamente impossibile, soprattutto per i soggetti più fragili ed emigrati da paesi in guerra o in via di sviluppo, trovare un lavoro differente se non sottopagato e al di sotto della soglia di sostentamento. Per le donne, da sempre oggettificate dal desiderio maschile, l’unica scelta resta la prostituzione.
È necessario comprendere che la giustificazione secondo la quale “alcune donne vogliono farlo e non perchè siano povere” non regge se non teoricamente, scontrandosi a livello pratico con la realtà dei fatti. È indubbio che alcune donne decidano liberamente di prostituirsi, ma è altrettanto indubbio che una consistente porzione di escort e prostitute esercitano la professione a causa di problematiche legate alle difficoltà economiche affrontate, che le spingono a vendere il proprio consenso accettando spesso di essere soggette a violenze, vessazioni, e persino alla morte causata dagli stessi clienti.
Sarebbe necessario quindi approfondire il concetto di “libera scelta”, che inserito in un contesto di libero mercato e di libera offerta – il quale accetta di oltrepassare la dignità umana in cambio del guadagno – può essere soggetto ad interpretazioni dubbie e talvolta pericolose. In un mondo che fonda la propria economia sulla libera scelta illimitata in ogni campo, diventa scelta libera e tutelata il far morire di fame un popolo, lo sfruttare bambini, il violentare donne a pagamento, o spremere i propri lavoratori fino alla morte per aumentarne la produttività.
Qualcuno potrebbe obiettare paragonando il mestiere più antico del mondo a qualsiasi altro lavoro. Ma la distinzione fra i due è tanto sottile quanto fondamentale: effettuare una prestazione lavorativa “qualsiasi” (nel campo della logistica o della vendita ad esempio) controvoglia non comporta le stesse conseguenze traumatiche a cui invece sono soggette le donne che quotidianamente effettuano prestazioni sessuali senza un consenso liberamente concesso, dovuto unicamente a necessità di tipo economico. In tal caso infatti si verifica quotidianamente nei confronti delle prostitute un vero e proprio stupro, causa di alienazione verso il proprio corpo (fenomeno ampiamente trattato già da scritti del passato rispetto ai lavori usuranti) a cui le donne sono costrette a soprassedere pur di non perdere clienti, così da poter guadagnare quel poco che è necessario per vivere.
Fondamentale è in ogni caso chiarire il fatto che nessuno abbia il diritto di mettere in discussione la libertà di prostituirsi, nel caso in cui la scelta dovesse essere basata su una decisione consapevole. Ad ogni modo la legalizzazione della prostituzione in toto aprirebbe non solo un dibattito morale in Italia, ma anche un problema pratico non indifferente: in che modo sarebbe possibile verificare caso per caso che le prestazioni effettuate dalle donne siano concretamente frutto di libero consenso e non di coercizione economica? E come si potrebbe invece controllare l’operato dei clienti, generalmente inclini a ritenere che il pagamento di una prestazione gli conceda una libertà di azione pressochè totale sul corpo della donna?
Allo stesso modo, certamente è necessario che la prostituzione sia oggetto di regolamentazioni e disposizioni specifiche – in quanto realtà esistente e non eliminabile – che tutelino qualunque soggetto voglia esercitare liberamente, senza coercizioni alcune ed in totale sicurezza, questa tipologia di professione. Quello della prostituzione è un tema, che non si risolve né nella possibilità di sanzionare completamente le operatrici del settore, né nella massima “sex work is work”, slogan che spesso nasconde un mondo fatto di sfruttamento, violenza patriarcale ed abusi sistematici. La tutela delle prostitute e l’analisi del fenomeno sono argomenti molto più complessi e profondi, a cui il nostro Paese forse non è ancora del tutto pronto, e a cui non sarà mai pronto fin quando non si libererà dai propri retaggi morali e dalla retorica del giudizio a tutti i costi.
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