
Da poco meno di 10 anni la città di Napoli è stata oggetto di un’enorme rivalutazione, principalmente tramite l’indotto dovuto al turismo. Il brand “Napoli” è sempre più conosciuto: è stampato sulle magliette, è nella lingua delle serie TV, è sui social, è ovunque. Ma cosa c’è di reale in questa fantomatica rinascita della città? Chi è che ne guadagna e chi è che sta perdendo questa “lotta alla sopravvivenza”?
Fino a 10 anni fa la città di Napoli ha rappresentato nell’immaginario collettivo l’archetipo di città disorganizzata, puzzolente e malavitosa, che nessun’altra metropoli avrebbe mai invidiato. Ad oggi la narrazione è stata rovesciata, a favore di una Napoli completamente stereotipata e romanticizzata. Nessuna di queste due narrazioni è però completamente reale; sono le gradazioni di grigio a contare, non le dicotomie estreme.
Il boom turistico ha portato indubbiamente, per osmosi, al miglioramento di determinati servizi e infrastrutture nella città, ma al contempo ha svilito completamente la stessa privandola di una componente fondamentale: i cittadini autoctoni, considerati da turisti e forestieri alla stregua di simpatici Pulcinella da riprendere o fotografare come animali allo zoo.
L’impressione è che Napoli stia sopravvivendo come città delle false opportunità, che vive all’ombra del mito di se stessa senza che ci si renda conto del degrado che la popolazione ancora vive nei quartieri periferici ma soprattutto nelle province, e che è tangibile mettendo piede fuori dal ristretto centro storico. Rispetto alle opportunità che il turismo offre, la massima ambizione oggigiorno nella capitale partenopea è quella di aprire un ristorante, una pizzeria, una friggitoria o un b&b, attività che sono solite fallire nella maggior parte dei casi poco tempo dopo l’inaugurazione, a meno che non si abbia a disposizione il capitale necessario per investire e resistere a pressioni statali e non (capitale spesso nelle mani della criminalità organizzata, che si è dimostrata negli ultimi anni interessata ad acquisire diversi immobili per aprire b&b e sfruttare il boom turistico senza necessità di utilizzare violenza).
Pochi sono i giovani, napoletani o di provincia, che decidono di restare al Sud per le opportunità di sviluppo ed innovazione tecnologica, didattica o lavorativa che offre, ed è questo che ci permette di comprendere come in realtà, nonostante la continua romanticizzazione della città, non si stia facendo altro che nascondere la polvere sotto il tappeto ignorando i problemi del Paese reale. Napoli si sta arricchendo, sì, ma non saranno le friggitorie a dar da mangiare a lungo al suo popolo.
Cos’è Napoli? Fin dove è circoscritto il suo territorio, dove finisce la terra del sole e del mare? Dopo Posillipo, Chiaia o i Quartieri Spagnoli sembra nasca una linea di demarcazione ben precisa, che segna il confine fra una città florida, sviluppata, turistica, attrattiva, ed il nulla assoluto.
Province completamente prive di luoghi di aggregazione, mezzi di trasporto pubblici, strumenti amministrativi ed economici, commissariate spesso per infiltrazioni camorristiche e caratterizzate da una corruzione dilagante; questa è la Campania di cui non si racconta nulla, che non appare nelle storie Instagram; e pur trovandosi al di fuori dei confini del capoluogo, Napoli non può essere scissa dalla sua provincia, non può essere cristallizzata, riducendola ad una di quelle sfere di vetro che se scosse permettono di osservare neve finta scendere su casette di argilla e su un prato in plastica. Napoli è un presepe che porta all’interazione fra i soggetti di qualsiasi etnia e nazionalità, primi fra tutti i cittadini della sua provincia, che si sentono in tutto e per tutto anche napoletani, perché lì sono cresciuti e lì hanno magari studiato.
La realtà quindi è un’altra rispetto a quella che continuamente ci viene narrata: uscendo dal centro storico della città, ormai completamente svenduto ma relativamente florido, ciò che abbiamo davanti è una situazione disastrosa, fra i quartieri periferici di Napoli e le città di provincia che restano abbandonati a loro stessi: eppure sono napoletani anche gli abitanti di Ponticelli, Barra, Caivano, Giugliano, Marano e di tutti gli altri quartieri e province del territorio.
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