
Risiko è un alleato della psicologia cognitiva, il blackjack si può spiegare con la teoria delle probabilità, gli scacchi sono tutto un decision making, il memory è invece un gioco pedagogico. Dietro ogni gioco c’è un universo scientifico.

Avete presente i giochi da tavola, oppure il poker o, ancora, i più classici, semplici e innocenti giochi di carte? Ecco, dimenticate tutto quello che sapete su di loro. O almeno quello che immaginate. Sì, perché dietro di essi ci sono le discipline scientifiche più disparate.
Ci sono la psicologia e l’economia, le neuroscienze e la matematica, ovviamente un bel po’ di statistica, un bel tocco di pedagogia. Il tutto sotto le mentite spoglie del gioco. Tra gli studiosi più recenti ad essersi occupato di questa strana relazione c’è il matematico Adam Kucharski che nel suo libro “The Perfect Bet: How Science and Math Are Taking the Luck Out of Gambling” esplora il mondo del gioco come se fosse una fucina di idee, un laboratorio di esperimenti. “Tutte le idee sulla probabilità – ha spiegato in questa intervista a IlPost – su come misuriamo la possibilità che un evento si realizzi, furono sviluppate solo nel Cinquecento grazie allo studio sui giochi con i dadi. Anche i concetti di teoria statistica e di verifica di un’ipotesi furono ispirati dai giochi coi dadi e dalla roulette, poco più di un secolo fa”.
Per capirlo meglio però abbiamo bisogno di alcuni esempi. Partiamo allora dai sisitemi che governano il funzionamento del blackjack, meccanismo che coinvolgono strategie basate sulla teoria delle probabilità e, in aggiunta, sulla teoria dei giochi, che studia le decisioni strategiche tra giocatori razionali. Nel blackjack infatti la probabilità si basa su conteggi statistici, mentre nel poker ci si basa su probabilità implicite. Mosse e strategie in cui troviamo una grande dose di psicologia, ovviamente, che in quanto scienza che studia i processi decisionali e l’interazione sociale non può che guardare con interesse a quanto succede durante una partita di Risiko oppure di Monopoly e, perché no, di scopa, di briscola, di ruba mazzo. Durante queste sessioni, infatti i giocatori devono prendere decisioni complesse, gestire le proprie risorse e valutare i rischi. Devono affrontare l’incertezza e il comportamento degli altri, devono aver a che fare con fenomeno esterni come l’ansia o il bias di conferma, che influenzano le loro scelte in maniera preponderante.
Tutto quello che riguarda i processi decisionali, poi, rientrano nel campo delle neuroscienze. Le quali, applicando la lente tecnica sui giochi, mettono in luce soprattutto i processi di risoluzione dei problemi. Dietro a una partita di scacchi, per esempio, c’è un alto livello di pianificazione, di anticipazione delle mosse avversarie e di flessibilità mentale. Ricerche neurologiche hanno mostrato come i circuiti cerebrali legati alla memoria di lavoro e al pensiero strategico si attivino proprio durante il gioco. Ma gli esempi non finiscono qui. Possiamo parlare di economia comportamentale, che studia il comportamento umano in contesti di scelta e rischio, come avviene nei giochi di carte come il Texas Hold’em o in altri giochi da tavolo. Oppure possiamo parlare di pedagogia, di strumento educativo per per sviluppare abilità logiche, matematiche o linguistiche (basti pensare a giochi come il Memory).
Dietro a ogni gioco, insomma, c’è un mondo scientifico. Ci sono nozioni, meccanismi nascosti, procedure intrinseche. Le stesse che anni e secoli fa furono fatte emergere da studiosi del calibro di Giovanni Keplero, di Galileo Galilei, di Alan Turing. Nomi che sembra assurdo associare al gambling, al gioco, al passatempo. E che invece hanno molto più in comune rispetto a quello che ci aspettiamo.
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