
In Italia il carcere è un luogo che punisce più di quanto rieduchi, che isola più di quanto risani. Ma la questione non riguarda solo i detenuti: riguarda lo Stato, la giustizia, la comunità. Ne abbiamo parlato con Don Salvatore Saggiomo, Garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale della Provincia di Caserta. «Il carcere oggi è considerato una discarica sociale. Le condizioni di vita sono al limite, i diritti fondamentali vengono spesso calpestati. In celle pensate per cinque persone se ne trovano anche quindici. Non c’è spazio, non c’è dignità».
Il sovraffollamentoè una delle piaghe principali del sistema penitenziario campano. Nei penitenziari della regione, a fronte di una capienza regolamentare di circa 5.584 posti, risultano presenti oltre 7.500 detenuti. La carenza di spazi adeguati non solo compromette la qualità della vita, ma alimenta tensioni tra detenuti e conflitti con il personale penitenziario. «Il vero problema, però, resta il riscatto sociale. È raro che una persona reclusa riesca a elaborare davvero ciò che ha fatto e a trasformarsi, anche perché lo stigma che la società le impone rende quasi impossibile la reintegrazione. Esiste una contrapposizione netta tra “noi” e “loro”, alimentata da un governo che concepisce il carcere come strumento di punizione, non di rieducazione».
A maggio di quest’anno, infatti, alla Camera è stato approvato un ordine del giorno che impegna il governo a valutare l’introduzione della castrazione chimica per i condannati per reati sessuali. La proposta sembra confermare una linea politica incentrata sulla logica del castigo più che su quella del recupero. «Il carcere – afferma Saggiomo – riflette un problema più ampio: quello della società. Facciamo enorme fatica a riconoscere i detenuti come esseri umani. Ma il diritto al riscatto personale è fondamentale, e deve essere garantito. Pochissimi detenuti riescono davvero a reinserirsi. Non per mancanza di volontà, ma perché una volta fuori vengono respinti dal mondo del lavoro, discriminati, emarginati. Per questo motivo proposi alla Consulta del Senato per i diritti dei detenuti di rimuovere ogni riferimento alla detenzione dai documenti ufficiali, ma la proposta è rimasta inascoltata».
Inoltre, il disagio più drammatico è rappresentato dal numero crescente di suicidi. Nel 2024 il numero di suicidi nelle carceri italiane ha toccato il picco più alto degli ultimi trent’anni: 90 persone si sono tolte la vita su oltre 200 tentativi di suicidio, più di mille episodi di autolesionismo e quasi 630 aggressioni tra detenuti:«Si arriva al suicidio quando viene meno la dignità. Quando una persona smette di sentirsi tale, si sente abbandonata, senza alternative. Se le istituzioni non interverranno concretamente, la situazione non migliorerà».
Ma comprendere davvero la realtà carceraria richiede un contatto autentico con le storie e le condizioni quotidiane di chi è recluso. L’empatia non può essere selettiva. Non si tratta di giustificare i crimini, ma di riconoscere in ogni persona un essere umano. Solo così si può esercitare quella comprensione profonda alla base di una società giusta, non vendicativa. Don Saggiomo, prima cappellano e poi garante, lo ha vissuto in prima persona. «Al carcere di Secondigliano ho conosciuto un ragazzo 22enne, condannato a oltre 15 anni per omicidio. Dopo un percorso di fede, si sta laureando in Giurisprudenza e promuove il progetto di giustizia riparativa del carcere di Secondigliano. Ho seguito anche Gennaro Panzuto, un ex killer della camorra a cui sono stati attribuiti più di sessanta omicidi. Ora, dopo tanti anni di detenzione, sensibilizza nelle scuole e aiuta giovani detenuti».
Il carcere può trasformare anche chi è fuori dalle sbarre. Don Saggiomo lo racconta: è stato proprio l’incontro con l’umanità ferita, spezzata, reclusa, ad avergli permesso di mettere in discussione certi automatismi del giudizio, persino su temi come quello dell’omosessualità. «Se sono riuscito a comprendere un assassino, come potrei condannare chi semplicemente ama in modo diverso? Conoscere la diversità è l’unica via per superare il pregiudizio».
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