
C’è un momento in cui le parole smettono di descrivere la realtà e cominciano a coprirla. Kamikaze è una di quelle. Per anni l’abbiamo usata per raccontare il fanatismo suicida, l’uomo trasformato in ordigno, la morte elevata a messaggio. Ma oggi quella parola, da sola, non basta più. Perché se continuiamo a fermarci lì, rischiamo di non vedere il vero scandalo del nostro tempo, non soltanto chi si fa esplodere in mezzo agli innocenti, ma interi sistemi di potere che hanno imparato a uccidere con la stessa freddezza, senza neppure doverci mettere il proprio corpo.
È qui che il Medio Oriente ci costringe a guardare in faccia la verità. Gaza continua a essere il luogo di un dolore civile insopportabile, mentre il conflitto tra Israele e Iran allarga la paura, moltiplica i fronti, rende più fragili le diplomazie e più lontana la parola pace. Missili, droni, rappresaglie, sfollamenti, ospedali stremati, famiglie spezzate. Nel rumore della guerra, a morire sono sempre gli stessi: bambini, madri, anziani e ragazzi che fino al giorno prima avevano una casa. Poi diventano conteggi, grafici, percentuali.
Quando i morti diventano numeri, la politica ha già perso la propria anima. Per anni abbiamo raccontato il terrorismo suicida come il punto più basso della disumanità. Ed è vero. Chi viene reclutato, plagiato, svuotato di ogni coscienza critica e convinto che uccidere innocenti sia un varco verso la gloria, rappresenta una deformazione mostruosa dell’umano.
Ma sarebbe troppo comodo fermarsi lì. Sarebbe troppo facile indignarsi davanti alla cintura esplosiva e poi restare tiepidi davanti ai missili, ai droni, agli assedi, alle punizioni collettive, alle città ridotte in polvere in nome della sicurezza, della vendetta o della ragion di Stato.
La verità è più scomoda. Il “vento divino” non soffia soltanto nella testa del fanatico. Soffia ovunque la vita umana venga considerata sacrificabile. Soffia quando un ragazzo viene convinto che morire uccidendo sia un onore. Soffia quando una leadership decide che il prezzo civile di una guerra è accettabile. Soffia quando la religione viene piegata a carburante dell’odio. Soffia quando il nemico non è più un essere umano, ma un ostacolo da cancellare.
E allora bisogna dirlo senza formule di cortesia, nessuna causa che abbia bisogno del sangue degli innocenti è una causa giusta. Nessuna bandiera ripulisce una strage. Nessuna fede autentica chiede di santificare la morte. Nessuna democrazia si salva se smette di distinguersi dalla logica del terrore. E nessuna liberazione nasce dalla disumanizzazione dell’altro.
Il problema, dunque, non è solo il kamikaze. Il problema è il mondo che lo produce, lo usa, lo giustifica, oppure lo combatte replicandone la stessa logica, quella per cui la vita vale solo se appartiene ai nostri.
È questa la malattia vera, l’assuefazione all’orrore. Ci siamo abituati ai corpi sotto le macerie, ai campi profughi, ai reparti senza medicinali, ai bambini estratti vivi o morti dalla polvere. Ci siamo abituati perfino al linguaggio, che è il primo vero complice di ogni guerra, perché prima ancora delle bombe è la parola addomesticata a rendere tollerabile l’intollerabile.
Ed è qui che anche l’Occidente dovrebbe avere il coraggio di guardarsi allo specchio. Per decenni la democrazia americana ha preteso di presentarsi come faro morale del mondo libero. Oggi, tra doppi standard, interessi strategici, silenzi selettivi e una politica estera che troppo spesso misura il valore delle vittime in base alla convenienza geopolitica, quel faro appare appannato. E quando il faro si spegne, o illumina soltanto dove conviene, il buio avanza più in fretta.
Che cosa può fare, allora, un semplice giornalista davanti a tanto disastro, umano e ambientale, e guardare in faccia i propri figli dicendo: non posso fare nulla? Forse non può fermare le bombe. Non può imporre la pace. Non può restituire la vita a chi è stato cancellato. Ma può ancora fare una cosa essenziale, scrivere. Può gridare la propria indignazione. Può rifiutare la menzogna comoda. Può opporsi alla neutralità vigliacca. Può ricordare, ogni giorno, che dietro ogni numero c’è un volto e dietro ogni volto c’è una storia che nessuna propaganda ha il diritto di seppellire.
Per questo la domanda resta lì, nuda, scomoda, inevitabile: quale Pasqua festeggeremo se il mondo continua a inginocchiarsi davanti alla forza e a voltarsi dall’altra parte davanti agli innocenti? Forse la sola risposta onesta, oggi, è una sola, impariamo ad indignarci. Perché quando perfino l’indignazione scompare, ciò che resta non è la pace. È soltanto la barbarie.
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