
“Please do not think that I am suffering. I am not suffering. I am still Alice“. È la battuta che dà il titolo al film “Still Alice”, con protagonista Julianne Moore, vincitrice del premio Oscar come migliore attrice protagonista nel 2015. È la storia di un’affermata linguista colpita dalla malattia di Alzheimer. Il film racconta proprio questo: la lotta quotidiana contro un male che cerca di togliere alle sue vittime i ricordi e, soprattutto, l’identità. Julianne Moore, nei panni di Alice, vuole che le persone la vedano per quello che è: ancora Alice. L’alzheimer è la forma di demenza senile più frequente: si parla di circa 600-650mila persone nel nostro paese con questo morbo su circa 1,48milioni di abitanti che soffrono di una qualsiasi forma di demenza (la popolazione italiana totale, al 30 giugno 2025, risulta di 58.919.230 unità).
Nella nostra regione Campania, secondo uno studio condotto tra il 2015 e il 2020, su una popolazione di 1.118.545 over 65, 80.392 persone soffrono di demenza e, di queste, 35.748 presentano l’alzheimer. È una malattia neurodegenerativa che si manifesta in genere dai 60 anni a salire ed è una condizione di compromissione cognitiva che impatta sulle funzionalità del paziente. In particolare, può compromettere memoria, linguaggio e funzioni esecutive.
La neurologa Cristina Di Monaco spiega che: «la malattia coinvolge le aree cerebrali del lobo temporale, implicate nel consolidamento dei ricordi e della memoria. Il deficit di memoria è la cosa più impattante, soprattutto nelle fasi iniziali, ma poi vengono coinvolti anche altri domini cognitivi quali il linguaggio e il ragionamento. Inoltre, in stati più avanzati, il soggetto non riconosce più sé stesso allo specchio e gli altri. Ci possono essere alterazioni psicotiche oppure al contrario i malati possono risultare più apatici, rendendo difficile l’interazione con loro. Lo spetto clinico è molto ampio e c’è forte variabilità individuale».
L’alzheimer si caratterizza dal punto di vista biologico/patologico per il deposito al livello cerebrale di placche di Amiloide e neurofibrille di proteina Tau, ossia proteine non smaltite che, con l’accumulo, portano a un decadimento dei neuroni e quindi alla demenza.
Ma quali sono i fattori che possono portare allo sviluppo dell’Alzheimer? Se l’ambiente e lo stile di vita possono avere un’influenza, il principale elemento di rischio è l’età. Il secondo fattore è la presenza di una variante del gene APOE (che produce una proteina utile al trasporto dei grassi), ossia l’APOE4. La modalità con cui con questa variante allelica eserciti un effetto patogenetico non è ancora del tutto chiaro. La cosa certa è che chi è portatore di questo allele ha sicuramente un rischio più alto di sviluppare la malattia; lo si può considerare un fattore genetico di rischio.
Si rileva inoltre una differenza tra i due sessi. Le donne, infatti, costituiscono circa il 63-67% dei casi in Italia; coerentemente, in Campania la percentuale di donne colpite rimane del 63%. Ciò ha motivi innanzitutto biologici: sembra essere che il calo di estrogeni dopo la menopausa equivalga ad un abbassamento delle difese; inoltre, le donne con una o più copie di APOE4 dimostrano di avere più rischi rispetto a uomini con lo stesso numero di alleli di questo tipo; infine, si sottolinea come le donne abbiano un’aspettativa di vita più lunga. Per quanto concerne l’incidenza, ossia i nuovi casi, si evidenzia sempre una maggioranza femminile, ma la tendenza non è sempre netta e varia tra i paesi, a dimostrazione di come ci siano altri fattori in ballo. Alcuni studi sottolineano come fattori di genere abbiano un peso: storicamente, le donne hanno livelli inferiori di istruzione e di attività fisica; inoltre, la maggior parte dei caregiver sono donne tra i 40 e i 60 anni, sovraccaricate dall’assistenza dei genitori e dalla cura dei figli. Queste figure dimostrano di soffrire maggiormente di ansia, insonnia e depressione e di poter sviluppare patologie come ipertensione arteriosa e aritmie cardiache.
Ma il concetto di Alzheimer è cambiato negli anni? Ha espanso il suo spettro? La definizione di malattia di Alzheimer è rimasta la stessa, ma ci sono stati dei miglioramenti nella diagnosi: «Siamo riusciti a trovare -spiega la neurologa- dei biomarcatori precoci, ossia delle alterazioni che ci permettono di fare diagnosi più specifiche e precoci di Alzheimer. Col passare degli anni, siamo diventarti più bravi a distinguere tra le varie forme di demenza. Prima la diagnosi era esclusivamente clinica, ma lo spettro clinico è molto ampio. Oggi si parla di malattia biologica, tanto da poter fare diagnosi anche senza la clinica. Possiamo, cioè, individuare l’Alzheimer anche senza avere i sintomi di essa. Ciò non sarebbe stato possibile dieci anni fa. Il problema che si pone è che risulta impossibile immaginare di fare uno screening a tutta la popolazione over 60 per individuare i pazienti di Alzheimer in fase preclinica e asintomatica. Lo screening avrebbe senso in presenza di farmaci che possano essere curativi. Proprio in quest’ottica, l’Europa ha dei farmaci recentemente approvati e dovremmo capire chi potrà beneficiarne e dunque capire come individuare tali pazienti».
In particolare, è stata sviluppata una terapia biologica con anticorpi monoclonali, ossia farmaci a somministrazione endovenosa che vanno proprio a rimuovere le placche dovute agli accumuli di proteine e a rallentare il processo di neurodegenerazione. Si parla del Lecanemab e del Donanemab (in commercio come Kisunla), che hanno avuto le approvazioni dall’EMA rispettivamente ad aprile e a settembre. Ora sono entrambi in corso di validazione dall’AIFA: nel primo caso, bisogna capire la rimborsabilità del farmaco, ma è stato già somministrato attraverso uso terapeutico controllato; nel secondo, non ha ancora avuto la classificazione AIFA. «Devono essere usati con cautela -segnala la neurologa- e tra le controindicazioni bisognerà capire chi non potrà beneficiarne; per esempio, i pazienti in terapia con anticoagulanti potrebbero non giovarne a causa del maggior rischio emorragico a cui sono esposti.
In Campania attualmente siamo nel secondo triennio (2024-2026) del Piano Regionale Campania per le Demenze, che rappresenta l’attuazione territoriale del Piano Nazionale Demenze del 2014. In particolare, l’obiettivo è aumentare il numero di malati di demenza registrati sulla piattaforma Sinfonia per una migliore organizzazione e per una maggiore vicinanza tra sistema sanitario e pazienti. Attualmente si contano 1600 pazienti registrati.
La demenza e soprattutto l’Alzheimer aumentano di giorno in giorno: l’OMS prevede che nel mondo i casi saranno oltre 139 milioni entro il 2050. Si calcola inoltre una crescita dei costi sanitari nel mondo a 2,8 trilioni entro il 2030. Cosa possiamo fare noi? Noi dobbiamo approcciare uno stile di vita che favorisca l’allenamento della memoria e dell’attenzione. L’esercizio fisico non può di certo mancare. Inoltre, la Federazione Italia Alzheimer promuove musicoterapia, terapia della reminiscenza e altre attività creative e sociali che favoriscono il benessere psicologico, la riduzione dell’agitazione e il mantenimento delle relazioni. Bisogna capire che la diagnosi di demenza non pone la parola fine a una vita: il giusto supporto e le giuste cure possono permettere ai pazienti di vivere ancora in modo pieno e dignitoso.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...