
Il nuovo libro del giornalista Aldo Cazzullo, noto divulgatore storico-letterario con all’attivo anche una propria trasmissione su La7, ha un titolo, nel bene e nel male, evocativo. L’opera cerca di analizzare i vari lasciti della civiltà romana all’interno della nostra società, a partire dall’influsso che hanno avuto i grandi personaggi della storia di Roma sui dittatori e rivoluzionari di ieri e di oggi e, perché no, anche sui nuovi autocrati informatici, da Zuckerberg a Musk. Abbiamo dunque cercato di capire, insieme all’autore, dove il mito di Roma agisca ancora nel complesso panorama del nostro tempo, e quanto possa altresì essere profondamente pericoloso idealizzare e decontestualizzare, come già fatto in passato, personaggi estremamente complessi e controversi come Cesare ed Augusto.
«Della Roma repubblicana rimane molto, a cominciare dalla parola, res publica, cosa pubblica: nasce a Roma l’idea che lo Stato sia di tutti. Democrazia è invece una parola greca, ma la prima forma di democrazia compiuta fu sperimentata a Roma: era infatti il popolo a eleggere i magistrati, a fare le leggi e a proclamare la pace e la guerra. Dell’impero resta ancora di più: ogni imperatore della storia si è sentito il nuovo Cesare, e ogni rivoluzionario si è sentito il nuovo Spartaco. Tutti gli imperi della storia si sono presentati come eredi degli antichi romani: l’Impero Romano d’Oriente, il Sacro Romano Impero, ecc. Zar e Kaiser sono due parole che derivano da Cesare, e l’aquila è stato il simbolo di tutti gli imperi, da quello russo a quello tedesco, fino agli Stati Uniti d’America, che secondo me hanno una strategia molto simile a quella dei Romani: quando sconfiggevano un popolo, lo inglobavano all’interno della loro rete di alleanza, trasformando i nemici in alleati. Lo stesso fanno gli americani, lo hanno fatto anche con noi, con i tedeschi e con i giapponesi dopo la seconda guerra mondiale. Oggi abbiamo sfide molto simili a quelle che fronteggiavano i Romani, a partire da questa “guerra permanente”, e anche questa idea del “governo del mondo”, che non deve essere imperiale come al tempo di Roma, ma che deve essere un modo di affrontare tutti insieme le questioni che ci riguardano tutti, proprio perché ormai siamo una comunità vasta come il mondo».
«Tutti i personaggi storici vanno contestualizzati, a maggior ragione quelli vissuti duemila anni fa. Cesare era un uomo straordinario: se fosse stato anche solo un grande generale, un grande politico o un grande scrittore sarebbe già passato alla storia, ma lui era tutte e tre queste cose insieme. Poi certo, nelle guerre scatenate da Cesare sono morte, secondo i calcoli degli storici moderni, un milione di persone, che è una cifra spaventosa. Cesare era un uomo anche di una certa umanità: quando gli portarono la testa mozzata del suo nemico Pompeo pianse, però non dice che se quella testa non la avesse fatta tagliare Tolomeo, il re d’Egitto, per compiacerlo, quella testa la avrebbe tagliata lui. Dunque non mi sogno di indicare Cesare come modello per l’uomo contemporaneo. Augusto forse non era un genio come Cesare, però era più scaltro, più accorto sul piano politico, e infatti morì nel suo letto, cosa che di Cesare non possiamo dire».
«Quando ci si impossessa del passato, molto spesso lo si fa per i propri tornaconti personali o per le proprie ideologie. È chiaro che molto spesso il passato viene usurpato, se ne fa un uso ideologico, politico o strumentale, però a volte viene usato bene: si pensi a come nel Rinascimento si recuperino le forme artistiche e architettoniche degli antichi romani. In questo senso l’arte di Roma è viva più che mai».
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