
Giorgio Napolitano, protagonista della politica italiana per gran parte di questi ultimi quindici anni, è stata una figura caratterizzata da una carriera politica ricca di sfaccettature e momenti critici. L’eredità politica di Napolitano è aperta a diverse interpretazioni e dibattiti, riflettendo comunque la complessità della politica italiana nel corso del periodo in cui è stato Presidente della Repubblica e rieletto per un secondo mandato. Una rielezione che al tempo aveva significato un gesto di responsabilità nei confronti del Paese.
Giorgio Napolitano ha una carriera politica impressionante alle spalle. Membro del Partito Comunista Italiano sin dal dopoguerra, ha contribuito alla ricostruzione dell’Italia del secondo dopoguerra e alla creazione della Repubblica Italiana.
La sua esperienza politica lo ha reso un punto di riferimento per molti politici di diverse fazioni. Napolitano è stato eletto Presidente della Repubblica Italiana nel 2006. Un incarico che ha ricoperto per due mandati consecutivi, fino al 2015. Durante il suo mandato, ha cercato di preservare la stabilità politica in momenti di grande incertezza. Ricordiamo gli ultimi anni del Governo Berlusconi e l’inizio della carriera politica di Mario Monti.
Già a fine del 2012, il Presidente Napolitano, in diverse occasioni aveva espresso l’auspicio per un percorso costruttivo e corretto sul piano istituzionale. Anche nell’interesse del paese e della sua immagine internazionale, col quale accompagnare la fase terminale della XVI legislatura evitando elezioni anticipate. Convinto che sarebbe spettato al successore il compito di formare il nuovo Governo con l’avvio della XVII legislatura, il precipitare degli eventi disattese ogni sua aspettativa.
Le dimissioni del Presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti e il successivo scioglimento anticipato delle Camere, portarono a far gravare su di lui la gestione delle consultazioni per il nuovo Governo. Come sappiamo, a questo si sovrapponeva l’intricato scenario politico-partitico consegnatoci dalle elezioni del 24-25 febbraio 2013. Il dopo elezioni è stato qualificato da frammentazione ed incomunicabilità tra diverse forze politiche, nonché dal progressivo dissolversi della capacità di tenuta di alcune di esse.
Al Partito Democratico, ad esempio, che aveva la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati e quella relativa al Senato, spettava il ruolo di mettersi in moto per fare quadro su un candidato. A causa di conflitti interni, il PD entrò in un corto circuito. La candidatura di Franco Marini alla prima votazione, maturata in accordo con il centrodestra, non ebbe il successo sperato. Non solo per la defezione dell’alleato Sinistra Ecologia e Libertà o per una parte dei deputati e senatori del PD che non erano d’accordo sulla candidatura di una figura tradizionalista e partitocratica.
La candidatura di Romano Prodi rappresentava una scelta incoerente rispetto alla posizione assunta conquella di Franco Marini. Veniva rinnegato in modo plateale il precedente tentativo di accordo con il centrodestra.
La contraddizione interna al Partito Democratico esplose nuovamente con il voto su Romano Prodi, che non solo non venne appoggiato dal M5S, ma venne tradito da quella parte del suo partito che non voleva rinunciare alla possibilità di un accordo con il centrodestra. Romano Prodi ottenne al quarto scrutinio solamente 395 voti che fecero emergere la presenza di 101 franchi tiratori tra le fila del centrosinistra. Ecco come il PD in un solo sparo fece fuori un segretario, Pierluigi Bersani, fece dimettere Rosy Bindi dall’incarico di presidente del partito e soprattutto tagliò le gambe ad una personalità centrale nel partito come Romano Prodi.
Per superare l’impasse tutti i partiti politici, fortemente disorientati e incapaci di trovare autonomamente una soluzione, scelsero di affidarsi nuovamente a Giorgio Napolitano. Alla sesta votazione, con un ampio consenso, Giorgio Napolitano divenne il primo Presidente della Repubblica italiana a svolgere un secondo mandato.
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