
A Napoli il rumore non è solo folklore: è una questione politica, sociale, urbanistica ed ora anche giudiziaria. Due recenti sentenze del Tribunale di Napoli hanno condannato il Comune a risarcire alcune famiglie del centro storico per inquinamento acustico. Le sentenze segnano un precedente e puntano a regolare il delicato equilibrio tra vivibilità e attrattività turistica. A muovere la causa sono stati alcuni residenti di piazza Bellini e piazza San Domenico Maggiore, esasperati da anni di notti insonni. Il giudice ha dato loro ragione, stabilendo che il Comune non ha fatto abbastanza per tutelare il diritto alla salute e la tranquillità domestica, condannandolo a risarcimenti fino a 50mila euro per famiglia. Una cifra che, in totale, supera i 750mila euro solo per una delle azioni legali avviate. Ma questa non è solo la storia di una sentenza, è il sintomo di un problema profondo, che riguarda molte città italiane: cosa succede quando il divertimento diventa disturbo? Negli ultimi anni Napoli ha visto un’esplosione del turismo e della movida, soprattutto nel centro storico. Ma tutto questo è avvenuto senza regole chiare, senza un piano capace di bilanciare economia, benessere e convivenza, così come abbiamo raccontato in tanti precedenti articoli. Il rischio è quello di una città sempre più attrattiva per chi la visita, ma sempre meno abitabile per chi ci abita. Una dinamica già vista a Barcellona, a Lisbona, a Venezia. Le sentenze su Napoli non sono un attacco al turismo, ma un richiamo alla responsabilità.
In diverse sentenze, la magistratura ha condannato il Comune a risarcire diverse famiglie per inquinamento acustico legato alla movida notturna. Tra i casi più emblematici quello di piazza Bellini, dove la Corte d’Appello ha confermato la responsabilità del Comune per non aver gestito il fenomeno. Ma il problema non si esaurisce nei tribunali. La questione della vivibilità urbana, specie nel centro storico, interroga politica, burocrazia e chi ancora resiste in una città che spesso antepone l’intrattenimento ai diritti dei residenti. A dirlo è l’avv. Gennaro Esposito, consigliere comunale e presidente del Comitato Vivibilità Cittadina. «Il problema non è la movida, ma l’assenza di regole. Far divertire cento persone non può significare farne impazzire cinquanta. E il Comune non interviene», denuncia Esposito. Dopo un primo insuccesso giudiziario sul caso Bagnoli, altre sentenze, tra cui quelle su San Domenico Maggiore e Vico Quercia, hanno ribadito che l’amministrazione ha responsabilità precise quando non tutela il diritto alla salute. I dati parlano chiaro: misurazioni ufficiali dell’Asl e del Tribunale hanno rilevato fino a 75 decibel nelle abitazioni, ben oltre il limite stabilito dall’OMS di 50 decibel. Una soglia pericolosa, legata a malattie cardiovascolari e neurologiche che porta a 12mila decessi ogni anno in Europa. «Questa non è movida, è un danno sanitario», afferma il consigliere. Poi c’è la questione amministrativa: «Molti locali sono irregolari. Spazi nati come depositi diventano luoghi di somministrazione, senza adeguati controlli. Basterebbe incrociare le SCIA con le planimetrie reali, ma la burocrazia è immobile e la politica non ha il coraggio di intervenire» dice ancora Esposito.
Secondo Esposito, il problema è anche culturale e trasversale: «Destra e sinistra evitano scontri con la lobby commerciale. Nessuno vuole essere impopolare. E intanto le famiglie se ne vanno, i quartieri si svuotano». Eppure, le soluzioni esistono: «A Milano si vieta l’asporto dopo le 22, a Bruxelles si chiude il suolo pubblico a mezzanotte. A Napoli, nulla. Il vero problema non è solo la musica, ma le folle fuori dai locali, che restano in strada fino all’alba». Di fronte all’inerzia politica, restano solo due strade: la burocrazia che dovrebbe applicare le leggi e la magistratura. «La Costituzione tutela la salute. Se la politica se ne dimentica, sarà un giudice a ricordarlo», sottolinea Esposito. Sul futuro, il quadro è netto: «O Napoli incanala questa energia turistica dentro un quadro di legalità e fa il salto che merita, oppure implode sotto il peso di una ricchezza concentrata e di costi collettivi».
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