
Il primo tentativo di introdurre l’educazione sessuale nelle scuole italiane risale al 1975. Cinquant’anni dopo, non esiste ancora un programma di insegnamento unificato. Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin nel 2023, il ministro dell’Istruzione Valditara ha presentato un piano per “educare alle relazioni” nelle scuole. È un programma facoltativo ed extracurriculare, svolto da docenti formati su schede calate dall’alto, che quindi non riesce ad intercettare le necessità degli studenti. Secondo l’UNESCO, l’educazione sessuo-affettiva andrebbe implementata nei programmi scolastici sin dalla prima infanzia, ma gli interventi nelle scuole italiane sono previsti per ragazzi dai 14 anni in su.
Secondo Nicoletta Landi, antropologa e formatrice in ambito di sessualità e affettività, «l’educazione alle relazioni e alle emozioni dovrebbe far parte in modo organizzato e trasversale dell’educazione scolastica». Invece, in molti istituti scolastici ciò avviene in «modo frammentato e con scarsa continuità», impedendo ai più giovani di «trovare uno spazio per esprimere e condividere dubbi, esperienze e desideri in modo protetto, piacevole e stimolante».
Ciò è dovuto alle rimostranze delle famiglie, che non hanno ben chiaro cosa si intende per educazione sessuale, ma anche ad una precisa agenda politica che la vede ancora come “una porcheria”, come affermato in Parlamento dal deputato leghista Sasso. Al contrario, secondo il Global Education Monitoring Report dell’UNESCO, nei Paesi che prevedono educazione sessuo-affettiva i casi di violenza tra i giovani diminuiscono del 25%. Parlare di sesso a scuola, significherebbe parlare di consenso e della relazione con gli altri, contribuendo anche a far emergere i casi di abusi su minori. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che la “comprehensive sexuality education” (CSE) abbia un ruolo fondamentale nella prevenzione della violenza di genere, delle malattie sessualmente trasmissibili e nella preparazione dei più giovani a sviluppare relazioni rispettose. Tuttavia, l’Italia è uno dei pochi paesi europei in cui manca un approccio trasversale a questi temi nelle scuole.
Silvia Demozzi, docente e ricercatrice presso l’Università di Bologna, ha scritto di recente “Insegnare genere e sessualità. Dal pregiudizio sessista alla prevenzione della violenza” con la docente Rossella Ghigi. Nel libro vengono analizzate le carenze delle scuole e delle università italiane: «Gli interventi sono ben lontani dalla prevenzione della violenza di genere, che riguarda le donne ma anche le soggettività non conformi al modello etero-cis».
Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio Indifesa di Terre des Hommes e OneDay Group, il 44% dei giovani italiani mette la scuola al primo posto tra i contesti in cui si è assistito a episodi di violenza. «La scuola italiana è un luogo poco sicuro, soprattutto per le soggettività e identità di genere non etero-cis. Ci sono delle situazioni di violenza nelle relazioni tra pari, ma anche spesso nel corpo docente» afferma Demozzi. L’incapacità di riconoscere le istanze degli studenti è una conseguenza della mancanza di formazione, a livello nazionale, anche degli insegnanti. «Eppure – conclude Demozzi – siamo corpi sessuali e sessuati fin dalla nascita. Tra i diritti umani c’è anche il diritto a vivere bene e a ricevere educazione alla sessualità».
Landi invece afferma che «oggi si parla molto di contrasto alla violenza, ma la mia impressione è che manchi un confronto intimo, familiare, quotidiano su questi temi che vengono affrontati nei media e online, ma poco tematizzati a scuola, a casa o tra pari». Per questo motivo, ragazze e ragazzi spesso non hanno strumenti pratici e semplici per riconoscere la violenza e per chiedere aiuto. «Non basta più discutere di violenza e suo contrasto, è tempo di assumerci le nostre responsabilità per (ri)mettere al centro i bisogni, i desideri e i diritti delle persone più giovani».
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