
In Campania lavorare non basta più per vivere. Contratti firmati, ma vite ai margini. Salari insufficienti, uno Stato sociale che crolla, un mercato che sfrutta, una politica che chiude gli occhi. Lo testimoniano i dati Eurostat: quattro persone su dieci sono a rischio povertà o esclusione sociale, il doppio della media europea. Un ritmo preoccupante che descrive non una crisi passeggera, ma un processo di sedimentazione: chi entra nella povertà fa sempre più fatica a uscirne. Parliamo di famiglie, giovani, cittadini intrappolati in un modello che normalizza la precarietà e trasforma il lavoro in condanna. Altro che “ripresa”: qui si sopravvive, non si costruisce futuro.
Il mercato del lavoro italiano collide con lo Stato sociale. A pagarne il prezzo sono milioni di persone: lavorare non garantisce più una vita dignitosa. L’Agenda delle istituzioni non è riuscita a fermare l’escalation della povertà lavorativa. In Campania, come in molte regioni del Sud, lavorare oggi significa spesso restare poveri. Il deputato Marco Sarracino denuncia la deriva senza troppe mezze parole. «Come purtroppo conferma l’ultimo rapporto Svimez, al Sud continua ad aumentare il lavoro povero. Un lavoratore dipendente privato su quattro guadagna meno di 9 euro l’ora. È un dato inaccettabile per il nostro Paese». Il problema, però, non è solo economico: è politico. Salari così bassi non sono una calamità naturale, ma il frutto di scelte precise. «Per questo motivo, nel primo giorno di questa legislatura il Pd ha presentato una proposta di legge per introdurre un salario minimo garantito in Italia. L’obiettivo è tutelare e rafforzare la contrattazione collettiva nazionale, stimolando al contempo una crescita generale dei salari, fermi da troppo tempo».
Intanto, lo Stato latita. Le politiche attive per il lavoro restano slogan e la formazione è un capitolo di bilancio che non produce risultati. «Al fianco di questa battaglia di civiltà c’è il tema delle politiche attive e della formazione, su cui lo Stato deve fare la propria parte». Ma lo Stato non interviene. «I fondi, anche quando ci sono, restano nei cassetti: la Corte dei Conti certifica che dei fondi di coesione 2021-2027 è stato speso poco più del 2%. Un fallimento clamoroso, che inchioda il governo alle proprie responsabilità. Siamo di fronte a un governo incapace di spendere le risorse, ma anche a una destra ideologicamente contraria a tutto ciò che l’Europa può fare per ridurre i divari e le diseguaglianze nel Paese», sottolinea il deputato. E senza quei fondi, senza investimenti pubblici, l’Italia sarebbe già ferma. «Se non siamo in recessione è solo per merito del PNRR, un progetto in cui la destra non ha mai creduto».
«Il lavoro povero non è un’anomalia, è il prodotto coerente di un sistema che ha smesso di tenere insieme salario, diritti e costo della vita». Maria Ciocia, professoressa di diritto privato, non separa il dato giuridico da quello materiale. Il contratto regolare, oggi, non è più garanzia di una vita dignitosa. E non per una falla marginale del sistema, ma per una frattura strutturale. Il problema, spiega, è prima di tutto economico-finanziario. I salari restano fermi mentre il costo della vita corre: abitazioni sempre più care, un paniere della spesa che pesa sui redditi bassi, trasporti ed energia che assorbono quote crescenti dello stipendio. In questo scenario, anche un lavoro formalmente regolare diventa insufficiente. La povertà non nasce più solo dalla disoccupazione, ma dall’occupazione stessa.
Il diritto del lavoro, però, non è disarmato. Può intervenire, a patto che torni a svolgere la sua funzione originaria: riequilibrare rapporti di forza diseguali. «Lo Stato potrebbe e dovrebbe adeguare i salari agli indici ISTAT dei prezzi al consumo». Un meccanismo automatico di tutela che oggi manca e che espone i lavoratori all’erosione silenziosa del potere d’acquisto. Ma il salario monetario non basta. Serve una visione più ampia di reddito reale. Benefit come buoni pasto, sostegni per l’infanzia, accesso agevolato a servizi educativi, sportivi e culturali non sono concessioni accessorie, ma strumenti di inclusione sociale. Dove il welfare arretra, la povertà lavorativa avanza.
Le lacune legislative sono evidenti. Manca un impianto normativo capace di garantire un reddito minimo dignitoso lungo tutto l’arco della vita lavorativa. La proliferazione di contratti atipici, il ricorso sistematico alla precarietà, la frammentazione dei rapporti di lavoro producono instabilità e impediscono qualsiasi progettualità. «Stabilizzare i rapporti di lavoro ed eliminare le forme patologiche di precariato è una condizione imprescindibile per il benessere del lavoratore», spiega la professoressa.
In Campania il crollo dei salari si intreccia con una sanità indebolita, un welfare impoverito, servizi pubblici fragili. Chi può, se ne va mentre chi resta accetta qualsiasi condizione. Il deputato Sarracino non ha dubbi sulle responsabilità. «Siamo davanti al governo più antimeridionalista della storia repubblicana: in tre anni hanno cancellato il reddito di cittadinanza, tagliato risorse alla sanità pubblica, distrutto la decontribuzione Sud e presto intendono rilanciare il progetto dell’autonomia differenziata».
Scelte deliberate che colpiscono sempre gli stessi territori e spingono migliaia di giovani a emigrare, nonostante titoli di studio elevati. «Una fuga di capitale umano che svuota il futuro. Per questo il Pd a gennaio ha depositato un progetto di legge per garantire il diritto a restare. Vedremo come si comporterà la destra». Intanto, il lavoro grigio, sottopagato e irregolare è diventato sistema. Senza una strategia industriale, senza una visione, senza un’idea di sviluppo. «Dalle crisi Stellantis e Ilva emerge chiaramente che il governo non ha alcuna strategia industriale per il Paese. Negli ultimi 37 mesi la produzione industriale ha registrato solo segni negativi. E chi dovrebbe intervenire, semplicemente non lo fa. Il ministro Urso, come altri suoi colleghi, si occupa di tutto tranne che difendere il lavoro e creare opportunità». Infine, il bilancio finale. «Ormai è chiaro: da quando Giorgia Meloni è presidente del Consiglio, gli italiani stanno peggio».
In Campania, più che altrove, il lavoro ha smesso di essere promessa di emancipazione ed è diventato fattore di impoverimento. Quando lavorare non basta più per vivere, non è solo un problema economico: è la democrazia sociale che cede pezzo dopo pezzo.
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