
Quando a Napoli sentiamo puzza di fumo, non si tratta quasi mai di un semplice incendio. Ciò che succede è spesso l’ultimo atto di una storia lunga, fatta di silenzi e rinvii. Lo Sferisterio Partenopeo bruciò nella notte di San Silvestro di 40 anni fa, nel 1986. Da allora quell’edificio pericolante racconta lo stesso volto della città che oggi piange il Teatro Sannazaro.
Cambiano i luoghi, cambiano le epoche, ma il meccanismo è identico: la normalizzazione del degrado è la reale colpevole, ciò che alla fine ci fa contare i danni di tragedie già annunciate, lasciate bruciare lentamente in loro stesse. Quello della “bomboniera di via Chiaia” è solo l’ultimo dei disastri che hanno colpito opere pubbliche e infrastrutture della città partenopea.
Lo schema si è ripetuto, negli ultimi anni, con una puntualità a tratti svizzera. Nel 2013 andarono in fiamme quattro capannoni del complesso culturale di Città della Scienza; nella stessa zona, a distanza di pochi anni, i roghi hanno colpito varie volte l’ex polo siderurgico dell’Italsider di Bagnoli, simbolo da decenni di una riqualificazione attesa e mai compiuta.
Il filo rosso è sempre lo stesso: attese, burocrazia, responsabilità e scaricabarili. Cambiano le poltrone, ma quei luoghi restano sempre lì, in un tempo immobile, che passa attorno a loro senza portarli con sé. Poi gli incendi dolosi, come quello della Venere degli stracci in pieno centro a Piazza Municipio, nel 2023. L’incendio della Venere di Michelangelo Pistoletto fu l’opera dell’accendino di un uomo senza fissa dimora: un gesto simbolico, deprecabile ma non neutro, voce invisibile di una parte reale della città spesso ignorata.
Lo Sferisterio Partenopeo, invece, prende fuoco il 31 dicembre del 1986. L’impianto sportivo di Fuorigrotta, che ospitava l’allora popolare sport della “pelota basca”, aveva già subito danni ingenti nell’80, a causa del terremoto, prima di venire danneggiato da una bomba all’ingresso solo due anni dopo. L’incendio, doloso, fu probabilmente un atto di risoluzione dei conti tra i clan camorristici locali. La notte stessa, infatti, la struttura avrebbe dovuto ospitare il tradizionale concerto di Capodanno. Dopo i fatti, l’edificio risultò irrimediabilmente danneggiato e fu chiuso.
Da allora solo ipotesi, progetti, annunci, ma mai un fatto, un’azione volta a mettere in sicurezza la struttura. L’ultima nota del Comune di Napoli risale al 2007. Un progetto c’era, firmato e approvato, ma nei fatti è finito nell’oblio di quegli interventi pubblici che, nessuno sa perché, sono spariti. Nel 2025 addirittura il Tribunale di Napoli lo sequestra, evidenziando un chiaro rischio crollo. Ma si sa, il rischio non è forse abbastanza per agire, e dunque lo Sferisterio è ancora abbandonato al suo destino.
Ma ritornando al recentissimo caso del Teatro Sannazaro, a rendere la situazione ancora più amara è un parallelismo. In tanti hanno notato l’effetto del destino, che ha fatto incendiare il teatro – culla di una generazione di attori e attrici napoletani- proprio nei giorni dell’anniversario dell’incendio che nel 1816 colpì il San Carlo. Una
lanterna dimenticata accesa e il teatro lirico più antico al mondo in attività cadde avvolto tra le fiamme. Ma il destino fu diverso: la città reagì rapidamente e l’edificio fu ricostruito in poco meno di un anno. Un’azione concreta, una priorità chiara nella linea dell’epoca, che seppe ridare alla città il teatro nello splendore che oggi ammiriamo. Oggi invece si attende e ci si perde in un mare di processi burocratici kafkiani, che inghiottiscono ogni tentativo di azione pubblica.
Lo Sferisterio rappresenta un vuoto urbano, una rovina, il simbolo una città che aspetta, parla e piange solo dopo che il destino ha fatto il suo corso. Anche in questo caso, la normalizzazione del degrado ha avuto la meglio. Si attende solo che il tempo, o il crollo, risolvano ciò che la politica non è stata in grado di affrontare, nella speranza, neppure troppo ottimistica, che almeno non colpisca la povera gente.
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