
«Quell’Informare che “rompeva sempre il c***o”». Prima dell’intervista riteniamo opportuno evidenziare un passaggio delle dichiarazioni della giornalista Marilù Musto. In un pezzo, la giornalista ricorda la testimonianza di Oreste Spagnuolo, killer del clan dei casalesi, che rivolgeva queste parole a Tommaso Morlando, fondatore e all’epoca direttore di Informare.
“Quel Tommaso Morlando rompeva sempre il c***o” – così il boss mentre aggiungeva la volontà di volerlo fare fuori. In quegli anni fare la lotta al clan dei casalesi era ben diverso, ed è solo grazie al coraggio e alla credibilità di Tommaso che Informare è riuscito a diventare un punto di approdo per chi vuole fare informazione libera. Eppure restò solo, mai nessun uomo o donna della Giustizia lo avvertì di quella minaccia. Non gli è stata mai assegnata una scorta né onorificenze dei Capi di Stato: Tommaso e il suo Informare non ne avevano bisogno.
Ecco perché quella credibilità si è fatta testimonianza e impegno, perché viveva di valori e non di medaglie. Mai nessuno potrà scalfire la sua e la nostra storia; non ci è riuscito il clan dei casalesi e non ci riusciranno i potenti di oggi. L’impegno continua, sempre. Ma vale la pena ritornare per un attimo in quella storia, chiedendo a Tommaso i motivi che spingevano quell’attivismo.

«Cosa posso dire… Ignoravo le affermazioni del collaboratore di giustizia Oreste Spagnuolo. Evidentemente la copertina di Informare dedicata all’imprenditore Mimmo Noviello fu considerata una sfida al clan. Ricordo che quando distribuimmo il giornale in molti avevano timore di esporlo. Noi non solo dedicammo la copertina a Mimmo, ma lanciammo una campagna sociale, distribuendo un adesivo con lo slogan “Io non pago il pizzo e denuncio chi me lo chiede”. Era un momento in cui non potevamo stare in silenzio, dovevamo esporci direttamente per alzare il livello di attenzione sul dominio del clan sul territorio. Con l’omicidio Noviello, avvenuto anni dopo la denuncia dell’imprenditore, il clan non aveva solo dato un ordine a tutti gli altri commercianti, ma aveva anche fatto passare un messaggio a chi avesse intenzione di denunciare: “il clan non dimentica”».
«Con la nostra iniziativa invitavamo i commercianti a non seguire l’ordine del clan, diffondendo il messaggio opposto. Quella copertina e quell’iniziativa avevano un peso che è impossibile far comprendere pienamente a chi non era sul territorio e non ha vissuto quei periodi. Giuseppe Setola, mandante dell’omicidio di Mimmo, era tra i boss più sanguinari del clan e decise di utilizzare la violenza come strategia durante tutto l’arco del suo “comando”. Noi operavamo in quel contesto. Credo che le parole dell’ex ras Spagnuolo siano solo un’altra dimostrazione del lavoro fatto da Officina Volturno e Informare, durante il periodo più violento del clan dei casalesi. In quegli anni denunciavamo che il comune di Castel Volturno era “un covo di camorristi”, facendo nomi e cognomi dei politici che ritenevamo collusi con la camorra».
«Dopo quella pubblicazione ci incendiarono la bacheca dell’associazione, dove tra l’altro era esposto il giornale con la copertina dedicata a Mimmo Noviello. Noi decidemmo di continuare lo stesso. Quella storia non sparisce, così come non si dileguano le tante ferite e momenti di paura. Nel periodo delle minacce, ricordo di aver stretto la mia famiglia per decidere se andare via o restare a combattere. “Devi continuare”– mi dissero donandomi ancor più energia. Oggi sono orgoglioso di quella scelta, soprattutto perché vedo che quell’impegno ha solcato le menti di tanti giovani che sono accorsi per scrivere ed impegnarsi civicamente. I buoni esempi lasciano risultati concreti, che nessuno potrà mai negare o ingiuriare. Ai politici e agli uomini di potere che continuano ad osteggiare il giornale, rispondiamo con i fatti e con una storia fatta di impegno antimafia ultraventennale».
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