
Kwadwo, Ibrahim, Karim, Kuame, Justice, Eric. All’apparenza questi sei nomi potrebbero non dirvi nulla, eppure sono i nomi dei “protagonisti”, loro malgrado, di una storia che ci appartiene. Una storia che intreccia camorra, razzismo e violenza: tre piaghe che in un giorno di settembre del 2008, il 18 precisamente, si incontrarono al kilometro 43 della statale Domiziana, a Castel Volturno. Quel giorno il commando armato del camorrista Giuseppe Setola sferrò la sua violenza omicida su un gruppo di ragazzi ghanesi innocenti.
Tanto si disse su quella strage nelle ore successive: che fosse una resa di conti tra bande, che i ragazzi fossero spacciatori e criminali. Nulla di ciò che venne sostenuto, anche e soprattutto dalla politica locale, si rivelò essere vero. Fondamentale per conoscere la verità fu la testimonianza dell’unico sopravvissuto, Joseph Ayimbora, che senza paura aiutò gli inquirenti a ricostruire la dinamica di quella carneficina. La “strage di San Gennaro” portò allo scoppio di una delle più grandi proteste di extracomunitari che l’Italia ricordi: il clima a Castel Volturno era ormai diventato insostenibile, per tutti, e la comunità africana locale lo mostrò a tutto il mondo con una spinta popolare, un grido di dolore, mai visti prima.
17 anni dopo, come ogni anno dal 2008 a questa parte, la comunità africana di Castel Volturno si è riunita insieme alle principali autorità militari, civili, religiose e associative del territorio, sul luogo della strage, per fare memoria del sacrificio dei sei ragazzi uccisi dalla banda di Setola. Una commemorazione a cui è stato assegnato un nome eloquente: “Quel sangue non muore” perché la memoria è sì ricordo, ma è anche cittadinanza attiva.
Diversi sono stati gli interventi durante la commemorazione – che quest’anno ha visto la partecipazione di una folta comunità africana, molto più ricca numerosamente rispetto agli anni passati – fra i quali quello di Mamadou, del Movimento migranti e rifugiati di Caserta, che ha rivendicato la necessità di trovare una soluzione al problema della residenza per gli extracomunitari del territorio. Di forte impatto anche il ricordo del Vescovo Pietro Lagnese, che non ha mancato di dedicare un pensiero al genocidio in corso a Gaza, a cui ha fatto seguito l’intervento di Tommaso Morlando, di Officina Volturno.
Nel 2008, la redazione di Informare era già attiva a Castel Volturno insieme all’associazione Centro Studi Officina Volturno, guidata al tempo dallo stesso Tommaso, che si recò subito sul luogo della strage. Ha raccontato di un’indifferenza importante da parte dai rappresentanti politici dell’epoca, che rasentava quasi la connivenza: «Un assessore inviò un comunicato in cui affermava che la targa commemorativa che avevamo apposto in memoria della strage fosse abusiva, e che per questo avremmo dovuto procedere a rimuoverla.
Fu lo stesso questore del tempo a informare le forze dell’ordine che se l’amministrazione comunale avesse voluto toglierla, i suoi rappresentanti sarebbero dovuti venire personalmente e autonomamente a farlo. I ragazzi ghanesi uccisi vennero prima sbeffeggiati e poi criminalizzati da una politica locale che non ha mai saputo affrontare coscientemente la questione dei migranti, e che probabilmente tutt’ora continua ad essere miope nei confronti di una società multietnica e multiculturale quale è, nei fatti, quella di Castel Volturno».
Sono passati 17 anni da quel giorno infame, ne è passata di acqua sotto i ponti e perfino la criminalità organizzata è stata capace di reinventarsi, abbassando le armi per mettere giacca e cravatta; ma la condizione di disagio, esclusione, degrado, vissuta già allora dalla comunità afro discendente di Castel Volturno, specialmente in alcune zone, continua ad essere una problematica rilevante, ma necessaria da affrontare il prima possibile se si vuole che questa città prosperi concretamente in futuro e che ciò che è accaduto quel 18 settembre non vada mai più a ripetersi. Perché quel sangue non muoia.
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