
Il 23 Settembre di 38 anni fa la Camorra uccideva il giornalista Giancarlo Siani. Giancarlo appartiene a un’altra epoca, dove il giornalismo era un mestiere fatto ancora di macchine da scrivere, fotocamere a rullino, taccuino e penna, registratori con cassetta.
Giancarlo aveva appena 26 anni quando è stato ucciso, e per gran parte della sua carriera è stato un precario presso Il Mattino di Napoli, uno ‘abusivo’. Le sue parole facevano male, erano scomode. Per la Camorra, per le istituzioni, e per i giornalisti che volevano restare in ‘santa pace’.
Perciò oggi il suo ricordo è più attuale che mai: era tra i pochi che dicevano la verità, e la verità è sempre rivoluzionaria. Non va visto come un santino, però, non dobbiamo appenderlo da nessuna parte. Il suo ricordo non deve rientrare nella retorica della legalità, della pietà. Sono parole istituzionali fatte di falsità e ipocrisia.
La sua passione e il suo sforzo nel vedere le cose in modo sempre vero e onesto, per cui ha pagato con la vita, devono essere esempio per tutti. Soprattutto per chi è giovane. Perché Giancarlo è morto per aver detto la verità. Solo la verità. E noi non possiamo rendere vana la sua morte, dobbiamo continuare il suo lavoro.
“La criminalità, la corruzione non si combattono soltanto con i carabinieri. Le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti. E allora quello che un giornalista ‘giornalista’ dovrebbe fare è questo: informare”
Di Ciro Giso
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