
C’è un luogo, alle falde del Vesuvio, che in questi mesi ha deciso di non limitarsi alla rassicurante funzione di contenitore culturale. Il Palazzo Mediceo di Ottaviano sceglie invece una strada più scomoda. O, se vogliamo dirla tutta, più necessaria. Ospita “Qui resteremo. Immagini da e per la Palestina”, una mostra che non chiede al visitatore di “ammirare”, ma di fermarsi. Pensare. Prendere posizione. E già questo, oggi, è un gesto politico. Patrocinata dall’Ente Parco Nazionale del Vesuvio, l’iniziativa mette in scena una domanda semplice e insieme disturbante: che cosa può, e deve, fare la cultura di fronte alla violenza del presente? Una risposta senza retorica: aprire uno spazio di riflessione critica. Tenerlo aperto, ostinatamente. Non offrire soluzioni facili, ma strumenti. Qui l’arte non è evasione. È attrito. È frizione con la realtà. È, per usare una parola ormai poco di moda, responsabilità.

Il cuore dell’esposizione è un archivio visivo. Ma attenzione: non un catalogo dell’orrore, non una sequenza di immagini pensate per scioccare. Piuttosto, uno sguardo ravvicinato, quasi domestico, sulla Striscia di Gaza e sull’esperienza dell’occupazione. Le fotografie dell’archivio Gaza Fuorifuoco Palestina raccontano distruzione, sì, ma anche quotidianità. Bambini, strade, case, frammenti di vita che resistono. È un invito implicito: guardare senza distogliere lo sguardo, ma anche senza consumare il dolore altrui come spettacolo. Accanto a queste immagini, riaffiora la memoria lunga della solidarietà internazionale con la storica mostra del 1988 “Kufia, matite per la Palestina”: illustratori di fama mondiale che, già allora, avevano capito che il disegno può essere un’arma mite, ma affilata. E poi c’è Mahmoud Darwish. La parola che resta quando tutto sembra crollare. Il numero speciale della rivista K. dedicato al poeta palestinese introduce una pausa necessaria: perché prima di capire un conflitto, forse, bisogna ascoltarne la voce più profonda. Non è un caso che all’inaugurazione del 30 novembre siano stati chiamati a intervenire un fotografo come Patrizio Esposito e un filosofo come Alain Brossat. Fotografia e teoria, sguardo e concetto. Perché le immagini, da sole, non bastano. Vanno interrogate, storicizzate, messe in tensione. E qui il Palazzo Mediceo diventa, per qualche ora, qualcosa di simile a un’agorà. Non si applaude soltanto: si discute. Si dissentisce, magari. Ma si resta dentro il problema.
Il 6 dicembre arriva un altro scarto, un’altra connessione inattesa ma chiarissima. Sul palco salgono ’E Zézi – Gruppo Operaio, memoria vivente delle lotte sociali campane dagli anni Settanta in poi. E improvvisamente Gaza non è più “lontana”. La musica popolare, ruvida e politica, costruisce un ponte tra le resistenze. Cambiano i luoghi, cambiano le lingue, ma il nodo resta lo stesso: dignità, lavoro, diritto a esistere. Mediterraneo come spazio condiviso di conflitti e speranze. Altro che periferia. C’è poi un aspetto che merita attenzione, soprattutto in tempi di semplificazioni aggressive: la vocazione pedagogica della mostra. “Qui resteremo” si propone come laboratorio per scuole, insegnanti, ricercatori, associazioni. Qui si impara, o si prova a imparare, a leggere le immagini, a decostruire la rappresentazione dei conflitti, a riconoscere la violenza simbolica prima ancora di quella fisica. Un’educazione al rifiuto della violenza che non passa per slogan, ma per analisi. Lenta. Scomoda. Necessaria. Nulla di tutto questo nasce per caso. Dietro la mostra c’è una sinergia precisa: Progetto Fiori, la Biennale del Vesuvio BNN VSV, la community Vesuvio adventures. Realtà diverse che hanno scelto di esporsi, letteralmente e simbolicamente. E forse è proprio questo il punto. In un tempo che ci vuole distratti o schierati per riflesso, il Palazzo Mediceo fa un’altra scelta: fermarsi. Guardare. Pensare. E, magari, restare.
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