
Per rainbow washing si intende un’attività sociale o di marketing indirizzata a presentare una realtà allo scopo di aumentarne il consenso presso il pubblico. Il termine è coniato solo nel ultimo periodo. Questa parola è formata da”rainbow“, arcobaleno, e “whitewashing“, imbiancare o nascondere.
Da qualche giorno spopola sui social la foto di Yoav Atzmoni. Soldato Israeliano che mantiene una bandiera arcobaleno con la scritta “in the name of love” ovvero “in nome del amore”. Sotto il post viene anche aggiunto “la prima bandiera LGBT mostrata a Gaza” manifestando contro le politiche anti-gay del paese. In questo caso si parla però di omonazionalismo. Difatti è un concetto che connette in maniera preoccupante i discorsi razzisti e produce insidie anche per i cittadini LGBT. Innanzitutto perché alimenta una visione essenzialmente culturale dell’omofobia, che è invece un problema sociale.
Il rainbow washing è incentrato unicamente sullo sfruttamento delle tematiche LGBT per proporre al pubblico un prodotto accattivante allo scopo di aumentarne le vendite. Lo scopo è quello di abbassare la soglia di attenzione del consumatore sugli aspetti qualitativi del prodotto. Aumentandone le vendite grazie ad una politica comunicativa di marketing inclusiva che sfrutti forme pubblicitarie specifiche. Ovvero l’uso di brand che richiamino, attraverso forme, colori e simboli il mondo gay.
Un esempio comune di washing è quando, nel mese del pride, grandi aziende tingono i loro loghi di colori arcobaleno. La linea tra l’attivismo e il washing è veramente sottile ma non vuol dire che non ci sia. L’obbiettivo del washing è improntato sull’esterno e sul apparire. Mentre invece una società che si occupa di attivismo si concentra sulle tematiche anche all’interno dell’azienda.
Purtroppo altre tematiche sono sfruttate oltre a quelle LGBTQ+. Quella più comune è il pinkwashing è un termine usato per la prima volta da un’associazione per la lotta del cancro al seno. Identificando le aziende che fingevano di sostenere le persone malate di cancro al seno. Guadagnando dalla loro malattia proponendo i cosiddetti prodotti contrassegnati dal fiocchetto rosa. Il concetto è nato come critica, cercando di sfatare quanto tali azioni fossero mosse da effettivi interessi scientifici. Mentre sono promosse allo scopo di catturare l’attenzione dei consumatori.
Per greenwashing ,invece si intende la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche per costruire un’immagine di sé positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Con lo scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti negativi per l’ambiente dovuti alle proprie attività o ai propri prodotti. Questo termine nasce negli anni ottanta dall’ambientalista statunitense Jay Westerveld. Che per primo lo impiegò nel 1986 per stigmatizzare la pratica delle catene alberghiere che facevano leva sull’impatto ambientale. Associato al lavaggio della biancheria per invitare gli utenti a ridurre il consumo di asciugamani, quando in realtà tale invito muoveva prevalentemente da motivazioni di tipo economico
Il redwashing invece è una forma di propaganda. In cui sono utilizzati discorsi di sinistra in maniera fuorviante per promuovere la percezione che un’organizzazione, azienda o persona è molto sensibile al tema dell’uguaglianza sociale. Viene usato principalmente in ambito politico. Ovvero per identifcare partiti politici che sebbene durante eventi pubblici affermano di condividere pensieri a favore dell’uguaglianza. Dichiarandosi disponibili a controllare il mercato, lottare per combattere la povertà e per promuovere stesse opportunità per tutta la cittadinanza. Una volta raggiunta la posizione di potere, promuovono invece disparità sociali o, comunque, non si rendono fattivamente disponibili per azioni concrete in tal senso.
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